I ‘Nfumicati, Un nuovo caso per il delegato Edoardo Baldassa

Il noir di Gerardo Rizzo ambientato nella Messina di fine Ottocento

Con “I ‘Nfumicati” (Di Nicolò Edizioni), quarto romanzo della serie dedicata al delegato di pubblica sicurezza originario di Castelfranco Veneto Edoardo Baldassa, Gerardo Rizzo consolida un progetto narrativo di ampio respiro, in cui la dimensione del noir si intreccia efficacemente con l’indagine storica e sociale.

Ambientato nella Messina di fine Ottocento, il romanzo si distingue per la capacità di coniugare rigore documentario e costruzione romanzesca, restituendo con accuratezza ambientale e pregnanza stilistica un mondo ormai scomparso, ma ancora capace di interrogare il presente.

La figura di Baldassa, lungi dall’essere mero strumento della trama investigativa, assume qui una funzione quasi ermeneutica, attraverso la quale il lettore accede a un tessuto urbano complesso, animato da tensioni morali, politiche e sociali.

Rizzo dimostra una consapevolezza linguistica e strutturale, affinando una prosa densa, attenta ai ritmi della narrazione quanto alle sfumature del linguaggio, sottraendosi con rigore ai codici narrativi più consunti del noir ambientato nel Mezzogiorno.

“I ‘Nfumicati” conferma così non solo la qualità di un progetto letterario coerente e originale, ma pure l’importanza di un’operazione culturale che restituisce voce e spessore a una città profondamente segnata dalla catastrofe del 1908, ricostruita qui con la sensibilità dello storico di professione.

La vicenda prende avvio dal rinvenimento di un cadavere alla foce del torrente Boccetta, nella tarda primavera del 1889, e si sviluppa nell’arco di un tempo narrativo volutamente concentrato — una decina di giorni appena — durante il quale il delegato Baldassa avrebbe dovuto incontrare Carolina Vendramin, figura femminile che catalizza l’interesse sentimentale di un protagonista segnato, non senza ironia, da una conclamata attitudine alla seduzione.

Nel tentativo di assicurare alla giustizia l’assassino del proprietario di una conceria, e possibilmente farlo con celerità, in vista dell’imminente arrivo di Carolina, il delegato Baldassa è costretto a inoltrarsi nel quartiere popolare di San Francesco di Paola, spazio urbano marginale e degradato dall’inquinamento persistente prodotto da fornaci, concerie e fabbriche di botti. Proprio questa condizione ambientale ha dato origine al soprannome attribuito agli abitanti della zona: ‘nfumicati, termine che condensa l’evidente dramma della comunità periferica e dà il titolo al romanzo.

Baldassa si muove con disinvoltura crescente in quella Messina cui era stato destinato per punizione, ma che nel tempo ha finito per assumere i tratti di una vera e propria città d’adozione. Al quarto romanzo della serie, che peraltro ben si presterebbe alla trasposizione cinematografica, lo spazio urbano gli è ormai familiare, nei suoi assetti topografici e nella fitta rete di relazioni che lo attraversano. Il delegato sa a chi rivolgersi per orientare l’indagine, e non a caso, anche stavolta, affiorano figure storiche — dal Baronello Giuseppe Arenaprimo ai fondatori del Fascio Operaio Nicola Petrina e Giovanni Noè, fino al celebre cuoco Placido Messina noto come ‘u Ghiugghiu e titolare dell’omonima osteria — che contribuiscono, insieme a vari altri personaggi, ad ancorare la narrazione a una trama documentaria sottesa, rafforzando il legame fra finzione e realtà storica.

Lo scarto qualitativo che distingue i romanzi di Gerardo Rizzo all’interno di un genere oggi largamente frequentato — e spesso abusato — risiede proprio nella peculiare postura autoriale dell’autore, il cui sguardo è prima di tutto quello dello storico. È tale consapevolezza metodologica a consentirgli di restituire una Messina ottocentesca vivida e credibile, attraverso una scrittura attenta al dettaglio, sorretta da una precisione documentaria che raramente appartiene alla narrativa di finzione. Ne deriva un affresco urbano e sociale di notevole spessore, dove l’invenzione romanzesca si innesta su una solida intelaiatura storica.

E via via che si delinea il ritratto di una città culturalmente vivace, benché attraversata da profonde contraddizioni sociali, il protagonista continua a disseminare tracce di sé tra le pieghe della narrazione.

Baldassa si conferma personaggio a tutto tondo, la cui evoluzione è coerente con la dinamica interna del romanzo. Pur conservando la propria indole riflessiva, lo sguardo penetrante capace di oltrepassare la superficie dei fatti e l’attitudine empatica che lo distingue, egli si distanzia progressivamente dai cliché codificati della figura dell’investigatore, assumendo una fisionomia sempre più complessa, sfaccettata e interiormente mobile.

Il lettore, già coinvolto emotivamente nel percorso di Edoardo Baldassa dal primo romanzo della serie, “La fata e la lupa”, pubblicato da Di Nicolò Edizioni in parallelo al più recente volume, segue con pari interesse tanto le sue vicende investigative quanto quelle personali. È questa una delle cifre distintive della scrittura di Gerardo Rizzo: la capacità di conferire al protagonista, e ai personaggi che lo circondano, una densità umana autentica, mai stereotipata. Tale scelta autoriale contribuisce a rafforzare la verosimiglianza complessiva del racconto, spesso ancorato a fatti di cronaca realmente accaduti, tratti dalla stampa locale dell’epoca e poi rielaborati attraverso la mediazione immaginativa della scrittura narrativa.

Al processo di costruzione della verosimiglianza contribuiscono, inoltre, e in modo significativo, le scelte linguistiche operate da Rizzo, la cui attenzione alla resa espressiva dei personaggi si traduce in un calibrato lavoro di differenziazione idiomatica. Ciascun personaggio è infatti caratterizzato da una propria cadenza, da un lessico specifico e da una struttura sintattica riconoscibile, elementi che ne determinano con precisione l’appartenenza al contesto socio-culturale della Messina ottocentesca.

L’uso misurato del dialetto siciliano, e di quello veneto nel caso di Baldassa, entrambi registrati in un agile prontuario a fine volume, non assume mai funzione ornamentale o folclorica, ma agisce come strumento evocativo: autentiche pennellate linguistiche che restituiscono, con efficacia sensoriale, i profumi e i ritmi delle terre d’origine, senza mai indebolire l’equilibrio stilistico complessivo della scrittura.

Si riconosce, pertanto, a Gerardo Rizzo il merito di aver concepito un’operazione narrativa di notevole spessore, capace di restituire al lettore l’immagine di una città scomparsa, senza mai cedere alle lusinghe della malinconia né ai tratti convenzionali della nostalgia retorica.

È una Messina viva, stratificata, percorsa con lo sguardo vigile di Baldassa, quella nella quale il lettore si muove quasi con familiarità, in compagnia del delegato di pubblica sicurezza, come se quei luoghi gli appartenessero da sempre.

Ed è proprio nel momento in cui, lasciando la pagina, ci si ritrova a camminare nei medesimi spazi dell’attuale tessuto urbano, che si attiva un meccanismo di riconnessione: immaginare ciò che un tempo vi sorgeva diventa un modo per riallacciare il filo della memoria collettiva, per rinsaldare attraverso la finzione narrativa il legame inscindibile con le proprie radici.

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