“Beta 2”, cellula di cosa nostra catanese a Messina, giudizio immediato per otto imputati

Nessuna udienza preliminare per le otto persone coinvolte nell’inchieste denominata “Beta 2”, riguardante scoperta una cellula di cosa nostra catanese, diretta emanazione del clan Santapaola a Messina. I Pm Monaco, Todaro e Pellegrino, hanno chiesto e ottenuto dal giudice Salvatore Mastroeni, il giudizio immediato che si terrà il 20 marzo 2019. Gli otto imputati sono: Antonio Lipari, 41 anni, Salvatore Lipari, 44, Giuseppe La Scala, 51, Giovanni Marano, 48, Michele Spina, 48, Ivan Soraci, 43, Salvatore Parlato, 62, Maurizio Romeo, 38.

Le indagini, avviate nel 2017, costituiscono lo sviluppo dell’operazione Beta del 2017 dove era stata scoperta una cellula di cosa nostra catanese, diretta emanazione del clan Santapaola a Messina.

Al centro dell’inchiesta ‘Beta 2’, la collaborazione di Biagio Grasso che ha ricostruito, tra l’altro, gli interessi del gruppo anche nella gestione di distribuzione farmaci tra la Sicilia e la Calabria col progetto della creazione di un ‘hub’ a Milazzo. Il gruppo, inoltre, aveva promesso 20.000 euro a titolo di acconto da corrispondere ad un funzionario della società Invitalia per ottenere l’inserimento di un progetto contro la ludopatia in una graduatoria per ricevere un finanziamento di circa 800 mila euro, di cui il 40%-50% a fondo perduto. Gli inquirenti contestano anche la turbativa d’asta ad un dipendente dell’ufficio urbanistica del comune di Messina, che avrebbe alterato la gara d’acquisto di alloggi da assegnare ad abitanti delle novantacinque baracche di “Fondo Fucile”.
Tra i progetti del gruppo, la creazione di un hub per la distribuzione di farmaci nell’hinterland di Milazzo, che avrebbe aumentato esponenzialmente le potenzialità di intervento nello specifico settore. Addirittura, in una circostanza, confermata dall’interessato, ad un farmacista in difficoltà poiché in debito la società fornitrice, sarebbe stato “consigliato” di “farsi prestare i soldi dalla malavita”. È emerso che il gruppo aveva la capacità di incidere anche sull’espressione del voto in alcune zone della città di Messina. Emblematica, a tal fine, l’affermazione di Francesco Romeo, captata nel 2015 dalle intercettazioni, che, dialogando col figlio Vincenzo, commentava le vicende elettorali di uno dei destinatari dell’odierna misura cautelare che, all’epoca, si era candidato alle elezioni amministrative: “se non era per noi altri i voti dove li prendeva nella funcia… (nel muso, ndr) “le casette” tutti me li hanno dati i voti… “.

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