Tricomia, preziosa ricognizione nell’universo teatrale di Beckett

Non è impresa facile accostare più testi di Samuel Beckett. I dramaticules dell’ultima produzione comprimono a tal punto il fatto teatrale, quantunque con esiti assai felici, da renderlo poco rappresentabile. E non sempre mettere insieme questi gioielli di drammaturgia dalle infinite potenzialità espressive, ciascuno autonomo nell’astrattezza comune della scena, si è rivelata la scelta migliore.

Fa eccezione, tra i molteplici tentativi di rappresentazione di un teatro beckettiano già da “Aspettando Godot” svincolato dalle ben più rassicuranti convenzioni naturalistiche, la recente produzione di Nutrimenti Terrestri “Tricomia”, che prova a esplorare i limiti della forma teatrale e rintraccia quell’impercettibile fil rouge di natura semantica grazie al quale tre dramaticules possono costituire una preziosa ricognizione nell’universo teatrale, vastissimo peraltro, di Beckett.

È una Margherita Smedile in forma smagliante a ricreare l’incanto delle parole contenute nei testi del drammaturgo di Dublino, rimestando sapientemente umano e disumano, per tutto il tempo attestandosi su quel non luogo cui aspira il teatro che elude il realismo e si concentra sulla condizione esistenziale dei personaggi. La voce e il corpo della Smedile, ai quali l’ingerenza spaziale del leggio certo non impedisce di saturare il palcoscenico dei Magazzini del Sale, sono inoltre scortati dalle splendide musiche di Marco Spadaro e Alfredo Restuccia.

L’operazione gode di una tale coerenza semantica, di suoni, talora di immagini che lo spettatore ha il privilegio di assistere a una rappresentazione unica, mai ridondante o, peggio, forzata. Chitarra elettrica, kalimba, sassofoni, pianoforte e surdo letteralmente avviluppano le parole sussurrate, pronunciate, urlate dall’attrice messinese esperta come poche nel modulare e variare di continuo i livelli vocali. La lettura del testo è personale e parafrasa un’attenta e consapevole assimilazione dell’universo beckettiano, così eterno, per questo così attuale.

Bocca è il personaggio di “Non io” e, come tale, infuria imponente dal fondale: l’impianto multimediale (video art di Alessandro Turchi), lungi dall’essere una mera sperimentazione scenica, si coordina efficacemente con la performance di Margherita Smedile, abito scuro e dal taglio maschile. In scena quella valanga di parole che segue i silenzi di una vita intera e dipinge a tinte fosche il quadro dell’esistenza. V’è tormento, v’è profondo disagio, v’è la solitudine inenarrabile una volta che l’io frantumato pretende di scaraventarsi sul mondo, col mezzo più semplice, anche il più abusato, di certo quello meno governabile: la parola. “Nessuna idea di ciò che stava dicendo!… finché non cominciò a tentare… di illudersi… che non era affatto la sua… affatto la sua voce”. L’anziana donna dapprima produce suoni incomprensibili, poi blatera e blatera. E in quel blaterare che s’erge sul bisogno di spazzare via la logicità d’una vita per sua natura illogica si direbbe vi sia quel dramma senza luogo e senza tempo sul quale Beckett ha inteso edificare il suo teatro. C’è finanche il bisogno di sottrarsi a sé stessi, quello di negarsi, di udirsi e non udirsi.

“Dondolo” pretende che il mare nel video sia tutto sommato calmo, che l’attrice indossi un abito femminile ancor prima che la sedia appaia sulla riva. È una “situazione” da allestire con grande cura e a ciò provvede Stefano Barbagallo (audio e luci), provvedono le musiche, provvede una Margherita Smedile che non è più Bocca, ma rimane al servizio delle parole e queste scandiscono il tempo, “tempo di smetterla di andare avanti e indietro”, ridisegnano passato e presente, cullano come l’oscillamento d’una sedia a dondolo, per l’appunto. È ancora solitudine, è vita sprecata a sprecare vita.

“Parole e Musica”, infine, è un testo a tre personaggi: Croak e i due servitori che danno il titolo al testo. Sono nuovamente suoni quelli a cui l’attrice dà voce cambiando di continuo registro e al contempo smembrandosi in tre corpi: gesti ripetuti sì, ma di grande impatto visivo in quel vortice d’insensatezza e rimpianto. Perché anche stavolta il tempo è già passato, le occasioni sono andate perdute, l’amore è un volto destinato a svanire, insieme a tutto il resto. “Finito di mendicare, finito di dare, niente più parole né senso, finito d’aver bisogno”. Poi il rumore della mazza, di quella mazza che Margherita Smedile adoperava a mo’ di bastone in foyer prima che tutto cominciasse; il rumore della mazza che cade. Quindi la musica, a sparpagliare armonia sull’esistenza giunta al capolinea, mesta e come ogni altra stonata.