“Tower speaks”, La danza che affonda le mani nell’anima

Tower speaks” è la danza grazie alla quale due corpi si incontrano, si studiano e si incontrano senza dire

A palazzo Calapaj-D’Alcontres si è conclusa ieri la prima parte del Cortile Teatro Festival. Pochi giorni di pausa e saranno nuovi spettacoli, tra l’Area Iris e la Tenuta Rasocolmo. Non si ferma, dunque, il direttore artistico Roberto Zorn Bonaventura, a dispetto del mancato sostegno del Ministero. Il cartellone è già stato diffuso: tante novità e un gran numero di artisti locali coinvolti nella rassegna.

Ieri, a chiudere la prima parte del Festival, lo spettacolo di danza “Tower speaks” della ballerina e coreografa argentina Agostina D’Alessandro. Con lei in scena Hernan Mancebo Martinez, live music Pierfrancesco Mucari (sassofoni, marranzani, strumenti elettronici). Produzione Compagnie Agostina D’Alessandro/Expansive Being. Inoltre il lavoro dell’artista argentina beneficia del supporto della Federation Wallonie Bruxelles e del Grand Studio.

“Tower speaks” è la danza grazie alla quale due corpi si incontrano. Sono dapprima l’uno parecchio distante dall’altro, giungono come da mondi differenti. Assumono pose meccaniche su un tappeto sonoro per nulla rassicurante. I due ballerini, entrambi in total black, prendono intanto confidenza con lo spazio e provvisoriamente eludono la luce. Non si toccano, neppure si sfiorano. Sono corpi che si studiano, che dialogano senza dire: la danza costruisce una relazione che può fare a meno delle parole, che mette a soqquadro gli schemi, che rompe gli argini dei ruoli e libera finalmente le anime.

Al cospetto della danza, via via più armonica nell’approssimarsi dei corpi, le parole risultano inadeguate, goffe, risibili. Spezzano la tensione, alleggeriscono l’atmosfera del mistero di cui è satura sin dal principio, ma non concorrono alla causa: la relazione, dal latino relatiōne(m), a sua volta da relātus, participio passato di refĕrre (riferire, riportare, stabilire un legame, un collegamento). E l’etimologia svela quell’implicazione problematica e rischiosa del confronto che sta alla base del lavoro di Agostina D’Alessandro.

Conta poco che ciascuno si arrocchi sul proprio universo linguistico, conta ancora meno che si incrocino spagnolo, inglese, francese. Le parole, prodotto squisitamente mentale, sono surclassate dalla danza che affonda invece le mani nell’anima.

L’edificio relazionale che si prova a costruire traduce la complessità del vivere insieme di due esseri naturalmente distanti, quali sono l’uomo e la donna. Ci si allontana, dunque. Ci si avvicina. Si rotola insieme sul palcoscenico e ci si adagia a scrutare il firmamento, che pure non è mai uguale per entrambi.

Gli artisti, quando si spengono le luci, abbiano o non abbiano costruito la relazione migliore, hanno comunque danzato sul desiderio di trovare il “loro” punto di incontro. Una performance incantevole, uno spunto di riflessione sull’intricato universo delle relazioni interpersonali.

Il pubblico applaude soddisfatto. Poi si abbandona ai sapori del Mar Mediterraneo negli spazi all’aperto del ristorante ‘A Cucchiara di Giuseppe Giamboi.

La varietà di forme e colori che lasciava presagire la locandina si è tradotta appieno nei primi otto appuntamenti. Il bilancio della serata e della prima parte del Cortile Teatro Festival, ça va sans dire, è oltremodo positivo.

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