La storia di Arpad Weisz e la funzione civile del teatro

Lo spettacolo dei Menoventi traccia la parabola esistenziale dell’ebreo ungherese Arpad Weisz

Tratto dal libro di Matteo Marani “Dallo scudetto ad Auschwitz”, il reading della compagnia Menoventi “Lei conosce Arpad Weisz?”, con Consuelo Battiston e Beatrice Cevolani, la riduzione e la regia di Gianni Farina, è il resoconto dettagliato di una vicenda che arriva allo spettatore con la veemenza di un pugno allo stomaco. 

A Palazzo Calapaj-D’Alcontres, quarto appuntamento del Cortile Teatro Festival di Roberto Zorn Bonaventura, dopo le prelibatezze gustate nel ristorante ‘A Cucchiara di Giuseppe Giamboi, regnava un silenzio irreale. E faceva spazio alla peggiore realtà: quella impressa sui libri di storia e sulla quale si sono sbizzarriti il cinema, la letteratura, il teatro, l’arte in genere. Perché la memoria, intesa come peso della responsabilità, è lo strumento migliore se si vuole tenere sempre alta la guardia contro un passato storico che mai si vorrebbe ridiventasse presente.

Lo spettacolo dei Menoventi traccia, coi tempi esatti che richiede la narrazione a teatro, la parabola esistenziale dell’ungherese Arpad Weisz, ebreo. L’ala sinistra che, in seguito a un infortunio, intraprese quella brillante carriera di allenatore che gli fruttò ben tre scudetti: uno con l’Inter e due, consecutivi, con il Bologna.

Arpad Weisz aveva frequentato la facoltà di legge a Budapest, leggeva molto, parlava correttamente l’italiano. E in quell’aprile assolato del 1938, quando un gelo arrivava da lontano, aveva da poco compiuto 42 anni. Una moglie, Elena, e due figli, Roberto e Clara, battezzati secondo il rito cattolico. Un quadretto familiare perfetto, se la disumanità non avesse deciso di mandarlo, senza alcuna ragione, in frantumi. 

Il reading è accompagnato dai rumori, dal vociare di quel mondo dentro al quale Weisz aveva trascorso i suoi anni migliori e quelli orribili della persecuzione. Sono i festeggiamenti per lo scudetto, è lo strepitare della gente per le strade, è insomma la vita che scorre come se nulla stia per accadere. Si distingue, tra le altre, la voce di Benito Mussolini. Il Duce, sul tema dell’antisemitismo, nel 1932 aveva rassicurato l’Italia. Poi, dal Patto antiComintern fino al Patto d’Acciaio, gli scenari erano diventati tutt’altro che rassicuranti. Roberto non si era potuto iscrivere alla terza elementare. I Weisz erano andati via: una sosta a Parigi, poi l’Olanda. Resistono alle vessazioni, sopportano con dignità e rassegnazione. Il piccolo Roberto scrive lettere e cartoline a un amico d’infanzia. Ne sentiamo la voce. Parole di uno strazio indicibile. 

Il calcio di Arpad, ora che l’Olanda è caduta in cinque giorni e la stretta di leggi razziali prelude all’Olocausto, rimane solo il dolce ricordo con cui palleggiare. L’Italia smarrisce sé stessa. L’Europa smarrisce sé stessa. La stampa cancella quell’allenatore che aveva rivoluzionato “il giuoco del calcio”. Sa essere maledettamente spietata e vile questa umanità. 

Via via che aumenta la stretta sui Weisz incalza il tappeto sonoro dell’orrore. Sentiamo i passi pesanti della Gestapo, il treno della morte sulle rotaie, sentiamo anche quello che non vorremmo sentire, o che non c’è. Il racconto di Consuelo Battiston e Beatrice Cevolani, misurato come misurata fu l’esistenza di Arpad, traccia i contorni degli ultimi istanti di Elena, Roberto e Chiara. Quelli che si possono soltanto intuire, quelli che fanno più male. Quelli che accomunano i Weisz ai 15-17 milioni di persone  che persero la vita a causa dei processi di arianizzazione promossi dal regime nazista tra il 1933 e il 1945. Arpad resiste ancora un po’, e sono mesi di lavori forzati e non una sola ragione per vivere. Arpad ha perso tutto: gli affetti, il calcio. Ha perso il suo “tutto”. 

Si devono al giornalista Matteo Marani, che ha strappato Arpad Weisz all’oblio, le iniziative in ricordo dell’allenatore. E si deve alla compagnia Menoventi la trasmissione della memoria storica attraverso un teatro, dal potenziale inesauribile, che crea l’immediata, quantunque dolorosa, connessione coi fatti e assolve la necessaria edificante salvifica funzione civile. Ché il teatro non può cambiare il mondo, né mai lo pretenderebbe, ma può risvegliare le coscienze posando gli occhi sul mondo con inusitate grazia e onestà.

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