L’urgenza di condividere un momento di riflessione che attraversa il teatro e l’arte tutta
Tredici edizioni del Cortile Teatro Festival sotto la direzione artistica di Roberto Zorn Bonaventura, un numero straordinario di compagnie ospitate, spettacoli che hanno lasciato il segno e una partecipazione di pubblico sempre intensa e appassionata non sono bastati a far coincidere desideri e risorse, programmazione e logistica.
Così, lunedì scorso, nello spiazzo della Lega Navale di Messina, si è tenuta l’Anteprima del Cortile Teatro Festival. Un momento che, più che inaugurare, ha segnato un passaggio di consapevolezza.
Il direttore artistico ha condiviso con il pubblico gli ostacoli che hanno segnato la fase di programmazione: dal mancato riconoscimento ministeriale al ridimensionamento del contributo comunale, fino alla confermata indisponibilità della storica sede di Palazzo Calapaj-D’Alcontres, preclusa per l’opposizione di un solo condomino. A ciò si sono aggiunte complicazioni legate alle date e alla sostenibilità dello sbigliettamento in sedi alternative. Un’anteprima, dunque, che ha assunto il tono di un atto di resistenza culturale, più che di celebrazione.
A testimonianza di quella che può essere definita a pieno titolo una forma di resistenza culturale, l’attrice Monia Alfieri ha dato voce a un passaggio significativo – e per molti versi illuminante – tratto dal saggio “L’oppio del popolo” di Goffredo Fofi. Un testo in cui l’autore, con lucidità critica, riconosce al teatro e a certo cinema la capacità di aprire nuove strade, anche nel contesto italiano, offrendo — seppur a intermittenza — barlumi di civiltà in un panorama spesso disilluso.
Durante l’Anteprima del Festival, intimamente connessa alla manifestazione nata tredici anni fa da un’idea di Roberto Zorn Bonaventura, Giuseppe Giamboi e Stefano Barbagallo, non è stato annunciato, come di consueto, il cartellone della stagione. Al suo posto, si è scelta una via più simbolica e silenziosa, lasciando che fosse l’arte a parlare. E lo ha fatto con la tensione emotiva del corpo in azione nella performance “Sottacqua” di Lelio Naccari e con la poesia sospesa di “Do Birds Dream of Flying?” (Gli uccelli sognano di volare?) numero aereo eseguito dai due acrobati sloveni Inan Sven Du Swami e Mojca Špik.
Un prologo non programmatico, ma estremamente evocativo, che ha affidato all’immaginazione del pubblico la trama di ciò che potrà ancora accadere.
Lelio Naccari è apparso come una figura blu emersa dagli abissi, evocata dall’eco struggente di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. La sua performance, ispirata al teatro Butō, è una ricerca fisica e visionaria che esplora la tensione tra profondità e superficie, tra ciò che si cela e ciò che affiora. Il corpo diventa veicolo di una metamorfosi, attraversato da una drammaturgia che tesse parole altrui, frammenti incastonati come relitti poetici, cui la densità del gesto conferisce nuova carne e senso.
È una lettura carnale, quasi rituale, in cui immagine, movimento e suono si fondono in un unico flusso ipnotico. Il risultato è un’esperienza scenica di grande suggestione, è un sogno, è un incubo che non si lascia afferrare del tutto.
I Fabla Collective, straordinari artisti-acrobati, hanno offerto una prova scenica che coniuga rigore tecnico e visione poetica. Attraverso il linguaggio del corpo in sospensione, hanno esplorato i temi dell’equilibrio, della libertà e del limite, servendosi di un oggetto scenico di rara suggestione: una scala rotante e oscillante, progettata appositamente per questa performance. Collocata al centro di uno spazio circolare, attorno al quale il pubblico si era raccolto, la struttura evocava un paesaggio aereo fragile, instabile, quasi irraggiungibile, solitamente riservato agli esseri alati.
E in questa verticale coreografia del rischio, i due artisti non si sono limitati a stupire, ma hanno costruito un racconto silenzioso, fatto di tensione e leggerezza, che interroga il nostro bisogno di oltrepassare confini fisici, ecologici, sociali. Il risultato è un gesto scenico di rara intensità, capace di tenere insieme la vertigine e la cura, il volo e la responsabilità.
Il significato profondo di entrambe le espressioni artistiche — la performance di Lelio Naccari e il numero acrobatico dei Fabla Collective — si è saldato con le parole di Roberto Zorn Bonaventura e con la lettura vibrante di Monia Alfieri, convergendo in un messaggio chiaro: l’urgenza di condividere il momento di riflessione che attraversa non solo il Cortile Teatro Festival, ma più in generale il teatro e l’arte tutta.
Una riflessione che non è ripiegamento, ma apertura. Un invito, anzi, a riconsiderare la funzione stessa dell’arte come spazio attivo di relazione, interrogazione e presenza.
In un mondo che tende all’isolamento, che scoraggia la partecipazione e banalizza la complessità, questo gesto corale rappresenta un passo controcorrente. Un atto di resistenza simbolica e concreta insieme.
Qui, va detto senza indulgere in convenevoli, si afferma con decisione la necessità di augurare lunga vita al Cortile. Non solo come festival, ma come idea, come luogo dell’incontro tra artisti e spettatori, tra domande e possibilità.
(Ph Giuseppe Contarini)


