Angelica, la paladina coi baffi che ha abdicato alla docilità

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Gli spettatori disposti gli uni di fronte agli altri. E ai margini del corridoio ove tutto avviene, un elmo capovolto, un leggio, scarponi, una minuta valigia aperta. Molti oggetti affollano le estremità della scena e nessuno di essi può collegarsi direttamente al presente. Ciascuno porta piuttosto i segni, le sembianze di un passato lontano e desunto da quella letteratura che ha contribuito a renderlo imperituro.

Hans(Ko) Visser spiega un rotolo, lo fissa alla parete e vi disegna sopra un cimitero, un uomo, una nave. Quindi versa acqua nell’elmo, vi intinge il pennello e irrora di rosso particolari dello schizzo. Ha un modo tutto suo di trasferire le cose da un margine all’altro del corridoio: le getta. E sono rumori metallici sul legno deputato ad accoglierli. Indossati gli abiti di scena, si appresta alla chitarra.

Intanto però tuona Angelica, tra il pubblico, coltellaccio in mano e un universo interiore da scagliare. La paladina sgorgata dalla penna di Mosè Previti è insieme guerriera, donna, pupo e attrice. Si difende a prescindere dalla presenza di un avversario. È libera. Ed è più uomo da quando ha abdicato alla docilità; lei che alla donna ha staccato le braccia, fatto un buco allo stomaco; lei che ha gettato la dolce Angelica nella tana dei sorci.

Il puparo produce suoni, rumori, scortandola in quel viaggio tutto interiore cui evidentemente non le è più dato sottrarsi. Il culmine d’una letteraria esistenza coincide con il congedo al quale l’obbliga Carlo Magno per porre fine al dissidio tra i due “caproni”, Orlando e Rinaldo, parimenti innamorati della donna.

Angelica coi baffi, interpretata da una Rosaria Sfragara in total black e lunghi capelli ramati, non si rassegna all’obbedienza. Il puparo a teatro, Carlo Magno fuori dal palcoscenico. Tutti sembra le diano ordini. Tutti sembra vogliano minare quella felicità conquistata, da paladina, battaglia dopo battaglia. Il destino di una donna, insomma, che è metafora di un genere. O di un’umanità intera. Ad Angelica restano però il coraggio, l’ardore, la forza, l’istinto alla ribellione che per sua fortuna non l’abbandona.

All’arte come alla vita, l’una all’altra avvinghiata, occorre rapportarsi da individui, ciascuno con la propria unicità, con il personale bagaglio esperenziale, con la parte di sé più vera. Così che il potere resti lì, quanto più possibile innocuo. Da quello Angelica si difende, a quello di ribellarsi non si astiene. Paladino è anche adesso chi si sporca, chi lotta, chi semplicemente resiste.

“I Baffi di Angelica”, diretto da Federico Bonelli e andato in scena ai Magazzini del Sale, è senz’altro un lavoro interessante su un personaggio che ha valicato i secoli e che ancora oggi, a dispetto delle armature, effigia l’umanità intera, combattuta tra il desiderio di lottare e quello di arrendersi, tra l’istinto a restare e la tentazione, forte, di fuggire. Fuori e dentro la scena.

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