Al Vittorio Emanuele l’Amleto moderno e contemporaneo di Ninni Bruschetta

Attraverso la rilettura che propone il regista del dramma Shakesperiano, la figura di Amleto acquista la dimensione di un uomo moderno, vitale attivo, consapevole della propria scelta. E per compiere la vendetta contro chi gli ha ucciso il padre, costruisce una finzione teatrale di cui già conosce le terribili ed inevitabili conseguenze. L’attore messinese – qui nelle vesti di regista – utilizzando la chiara, limpida, intrigante e contemporanea traduzione di Alessandro Serpieri, ha cucito sul protagonista Angelo Campolo, uno straordinario Amleto, trasposizione del dramma di “ieri” alla contemporaneità di oggi.

La celebre opera di Shakespeare è ben nota a tutti. Sin dalle prime battute ci si imbatte in un regolamento di conti tra Amleto e lo zio Claudio che gli ha ucciso il padre re di Danimarca e preso la madre Gertrude. Via via invece la trama s’infittisce trasformandosi in una sofisticata “trappola per topi” che Amleto architetta nei confronti dei colpevoli. Tuttavia il Principe non può agire come un piccolo delinquente che dà inizio ad una faida infinita, egli è colto, raffinato nei modi e nei comportamenti. Fa il piacione con la povera e dolce Ofelia, dicendo di averla amata dopo che costei s’è suicidata annegandosi in un fiume, ma in realtà non gliene frega niente di lei, rafforzato da quel “vai in convento…vai convento…” enunciato Angelo Campolo con un atteggiamento abbastanza esplicativo.

L’escamotage dell’apparizione dello spettro – impersonato oscuramente da Gionni Boncoddo – del padre che gli dice come-quando-dove-perché suo fratello Claudio gli ha provocato la morte è solo una conferma dei suoi sospetti. Da qui in poi, in un climax crescente, la vendetta di Amleto inizia a concretizzarsi, mettendo alle strette la madre, lo zio, e lo “stupido” Polonio, nonostante il suo esilio forzato in Inghilterra per curare la sua “pazzia”.

Ci si aspettava di più da questo spettacolo, fortemente voluto da Ninni Bruschetta e presentato oggi nella propria città, nel teatro di cui è direttore artistico, con un buon cast di attori messinesi che vanta per l’occasione anche il Presidente Maurizio Puglisi nel ruolo del Becchino. Una trasposizione la sua pensata vent’anni fa e riproposta spogliata del dramma e dell’inganno teatrale per dare maggiore voce e trasparenza all’essenza delle parole, rinunciando a qualsiasi effetto per illuminare l’azione e l’anima dei personaggi.

Peccato però che nell’insieme, lo spettacolo – soprattutto per via dell’eccessiva durata di 3 ore senza intervallo – non riesca ad infiammare il numeroso pubblico presente. A primeggiare un grandissimo Angelo Campolo, in cui con movenze, risate, raffinatezza e feroce vendetta, grava l’intero spettacolo. Il momento clou l’atteso monologo “essere o non essere questo è il dilemma”, formulata a brucia pelo da Amleto a luci accese in platea davanti agli spettatori, privata della consueta enfasi classica.

Una piacevole sorpresa come cantante ed interprete di Ofelia, Cecilia Gugliandolo. A completare il cast di giovani ed interessanti attori: Emmanuele Aita (Claudio), Antonio Alveario (Polonio), Maria Sole Mansutti (Gertrude), Lelio Naccari, (Fortebraccio), Simone Corso (Marcello), Ivan Bertolami (Laerte), Stefano Cutrupi (Bernardo), Dario Delfino (Guildestern), Diego Delfino (Rosencrantz), Francesco Natoli (Orazio), Fabrizia Salibra (regina attrice), Luca D’Arrigo (primo attore).

Nella scarna scenografia, ai lati del palco due file di sedie in cui si accomodano come spettatori gli interpreti quando non recitano. Musica scritta ed eseguita dal vivo da Tony Canto.

 

 

 

 

 

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