“Cresci bene, cresci forte”, Il rapporto disfunzionale tra madri e figlie riproposto in teatro

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Un bel trambusto emotivo quello generato in sala dallo spettacolo vincitore del festival Inventaria 2018 “Cresci bene, cresci forte”, penultimo appuntamento della stagione #r-esistenze del Clan Off teatro di Giovanni Maria Currò e Mauro Failla.

Una parabola ascendente del dramma familiare vissuto in quattro diversi contesti. E sulle prime nulla che lasciasse presagire la drammaticità alla quale sarebbe gradualmente approdato lo spettacolo scritto e diretto da Francesca Romana Miceli Picardi. La cifra registica era pertanto rintracciabile nell’amplificazione in crescendo della forza drammatica che già permeava la scrittura ma che necessitava, per arrivare allo spettatore, la convergenza di diversi fattori sulla scena, non ultimo dei quali la professionalità scenica della stessa Picardi, di Valentina Martino Ghiglia e Corinna Bologna, tutte affettivamente complici con i personaggi che interpretavano.

Sono di fatto catastrofiche le conseguenze delle relazioni pericolose tra madri emotivamente poco sintonizzate e figlie. Errori commessi in buona fede, possibili echi di altri errori materni subiti, segnano i destini e sono dolori silenziosi sul punto sempre di tuonare. La famiglia è del resto il luogo figurato entro cui più facilmente si attenta alla crescita sana dell’individuo. Le tensioni del singolo sono da ricercare nelle dinamiche familiari e Francesca Romana Miceli Picardi passa in rassegna le vittime di quell’esclusione che genera rabbia, frustrazione e un istinto lesivo nei confronti del sé.

“Son tutte belle le mamme del mondo”, la canzone con cui Gino Latilla, in coppia con Giorgio Consolini, vinse il festival di Sanremo del 1954, apre il sipario sul primo dei quattro atti destinati a sfatare il mito della madre perfetta. Che ci si affanni o meno a entrare nelle sue grazie, la madre per nulla amorevole esiste. “Cresci bene, cresci forte” ne declina gli errori partendo da un unico comune denominatore: le conseguenze. Che sono vite permeate da una fragilità e una sofferenza di fondo capaci di condizionarne il regolare cammino, contenitori sterili di ciò che le circonda, figlie di un materasso irrimediabilmente incrinato.

L’impianto scenico globale deputato ad accogliere il dramma si fregia dell’equilibrio di ciascun elemento che lo compone. I costumi di Metella Raboni, le musiche di Benedetto Ghiglia e il disegno grafico di Cecilia Vitiello contribuiscono infatti a quell’armonia tematica ed estetica nella direzione della quale si muovono i codici artistici coinvolti.

Il climax ascendente su cui si erge l’intero spettacolo raggiunge sul finale la massima intensità. E alle tinte accese di un dramma congenito, nel bailamme di traumi diversamente vissuti, si intrecciano i tenui colori di un tacito e ininterrotto dolore.