Dov’è Shakespeare nel “Sogno di una notte di mezza estate” di Massimiliano Bruno?

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Poco Shakespeare nel “Sogno di una notte di mezza estate” di Massimiliano Bruno, in scena al Vittorio Emanuele. Spazzato via in un sol colpo il teatro classico cui rimanda uno dei capolavori del Bardo, si assiste a un vero e proprio spettacolo di cabaret che non nobilita certo il testo né restituisce l’universo ideale e perfetto del grande drammaturgo inglese.

Non dispiacerebbero la diversa collocazione temporale, la revisione degli elementi linguistici ed espressivi, la pulsione spiccatamente attualizzante che soggiace all’operazione. Non dispiacerebbe tutto ciò se il fine ultimo fosse la salvaguardia del valore universale del teatro shakespeariano; se non si spogliasse un classico della propria identità in nome del puro, quantunque ingegnoso, divertissement.

Un bosco appena abbozzato da funi che cadono a pioggia e una vegetazione cui provvede il disegno luci accolgono scene mobili di forte impatto visivo, a metà tra il musical e lo stile circense. Attorno agli elementi puramente ludici, non estranei allo spirito del Sogno, ruota l’intero spettacolo; i sentimenti e le pulsioni dei personaggi si annidano nel grande gioco teatrale che essi stessi generano, ma ne sono in qualche modo fagocitati.

Le luci di Marco Palmieri, la musica di Roberto Procaccini, l’apparato scenotecnico e i costumi di Carlo De Martino sono elementi essenziali dell’ordito che intesse la commedia riletta da Bruno. E si procede di fatto per immagini, relegando a contorno l’universo interiore di quei personaggi di cui si mira a esasperare i tratti spiccatamente comici.

Violante Placido smette gli eleganti abiti di Ippolita e diventa una Titania in perfetto stile Crudelia De Mon; Stefano Fresi è un simpatico Bottom nella compagnia sgangherata di attori che del pastiche linguistico fa il proprio esilarante marchio di fabbrica; il Puck di Paolo Ruffini, in smoking e cilindro, vibra d’una comicità che non dispiace, specie durante gli scambi con Oberon, interpretato da un Augusto Fornari effeminato e al quale tocca ricomporsi negli abiti ufficiali di Teseo.

Un cast cinematografico e televisivo accanto al quale non sfigurano di certo i giovani intepreti Alessandra Ferrara, Claudia Tosoni, Tiziano Scrocca e Antonio Gargiulo, mossi e scossi dai sentimenti che muovono l’intera vicenda, insieme a quel nonsense della vita sul quale non si riflette mai abbastanza.

L’alone di comicità che permea il Sogno rivisitato da Massimiliano Bruno fa sì che l’anima shakespeariana alla base della scrittura presto scompaia, perdendosi tra le risate e gli applausi. Si riconoscono alla regia il coraggio, lo spirito innovativo e l’attenzione riservata al pubblico, unico vero e imprenscindibile destinatario di ogni lavoro teatrale. Se il giudizio estetico dipendesse unicamente dal plauso degli spettatori si direbbe persino di aver assistito a un grande spettacolo. Rendere un servizio onesto alla critica teatrale significa però svincolarsi dalle reazioni del pubblico e addentrarsi nei meandri di una proposta scenica complessa e, in questo caso, anticonvenzionale, senza perdere di vista la drammaturgia che la anima. Lì si arrestano gli applausi e comincia la riflessione sul valore intrinseco, opinabile quanto si vuole, di una messinscena.