L’apprendistato del vivere morendo nella drammaturgia di Rosario Palazzolo

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Ci sono esistenze che si rassegnano, altre che scalpitano. La linea di demarcazione che le distingue è sottilissima e lì, in quel fazzoletto di indeterminatezza ove tutto sbiadisce, si insinua la più schernevole agitazione.

Ernesto Scossa è un apprendista del vivere e, come tale, inciampa nel mestiere che sembra essergli stato recapitato dalla sua stessa inettitudine e che pure è il comandamento supremo d’un mondo spietato e atto a disumanizzare l’individuo.

Questi gli imperscrutabili fondali che la drammaturgia di Rosario Palazzolo si appresta a esplorare, forte di quella prepotenza che solo alle parole può appartenere, destinata altresì ad acquisire nuovo e insospettato vigore sulla scena.

“L’ammazzatore”, in scena al Clan Off dopo il debutto palermitano e la tappa milanese al teatro della Contraddizione, è la breve storia di un uomo a metà al quale compete muoversi stando fermo, ridere per non piangere, schiudere gli occhi sulle cose dopo il buio rassicurante dell’ultimo anno. Morto o vivo, poco importa. Quando una candela su cui soffiare e un “tanti auguri” da intonare impattano con la meno probabile realtà di una “festa a minchia” e di una canzone di Pupo.

Perché la vita è questa e l’essere umano che vi si dimena spariglia inutilmente le carte durante una partita persa ancora prima di cominciare. Sono Rosario Palazzolo e Salvatore Nocera a vestire i panni di Ernesto, con tutta la fisicità che possiedono e padroni d’una scena sulla quale si muovono a ritmo impeccabile, ora insieme ora separatamente, come si confà al doppio in una versione riveduta e corretta che rompe gli argini della contraddizione perpetua e per certi versi posticcia.

Inetto sveviano del profondo Sud, Ernesto vagheggia ideali semplici che tuttavia possano riscattarlo a livello familiare e sociale. Non distingue il bene dal male razionalmente, ché neppure il pensiero sembra appartenergli, ma sente con la carne tutta e lì si insinua il suo stesso male: l’amore.

Apecchio è dunque il buco di mondo nel quale rifugiarsi e ricominciare. Apecchio è un sogno. Apecchio è un carillon cui si dà la corda e Apecchio dura fino a quando la musica bruscamente non si interrompe.  Il destino ti insegue e ti inchioda, a esso non ci si può sottrarre. Neppure la morte si può scegliere. Puoi tutt’al più chiudere gli occhi e attendere. Puoi morire vivendo. Puoi finanche avvertire l’urgenza di un finale a teatro e lasciare comunque che il finale si scriva da sé. Il segreto non è incanalare, sembrerebbe sussurrarci Palazzolo, ma lasciar fluire.

Quanto accade sulla scena è il frutto della più raffinata conoscenza degli strumenti teatrali di Giuseppe Cutino, al quale riesce bene trasformare la versatilità e il talento dei due attori in un’arma visibile che miracolosamente scompare non appena ci si addentri nei meandri della riflessione esistenziale. Cutino sa giocare con gli stili e li mescola di continuo per adattarli all’urgenza comunicativa di cui, attingendo a piene mani dalla scrittura di Palazzolo, si fa portavoce. Senza regole prestabilite e nell’astrattismo evocativo dei vuoti e pieni che si affastellano, instaura un dialogo paritetico con il pubblico, facilitato dall’istrionismo rodato dei due esperti attori.

Lo spazio, congegnato per sottrazione da Daniela Cernigliaro, trasuda dell’esperienza esistenziale che contiene e ospita una conversazione quasi mai lucida. Tutto concorre insomma all’equilibrio globale di un lavoro che si erge sul disequilibrio dei mille frammenti che lo compongono.

Un lenzuolo bianco a occultare la morte, a camuffare la vita, è la resa finale dei conti col destino, al cospetto del quale l’uomo si rimpicciolisce fino a scomparire.