Ugo Chiti rilegge “L’avaro” di Molière, grande interpretazione di Alessandro Benvenuti

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Una essenziale, geometrica e cupa scenografia che ben si presta alle condizioni miserevoli in cui versa l’esistenza tutta del protagonista. I costumi dei personaggi, di contro, massimamente curati, a calcare la mano sulla polarizzazione delle coscienze: il nero per Arpagone, il bianco per i suoi figli e cromatismi spenti, a mescolare e sfumare i colori primari puri, per coloro i quali vi gravitano attorno.

In scena al teatro Vittorio Emanuele “L’avaro” di Molière, nell’interessante rilettura di Ugo Chiti, al quale competono tanto la consistente riduzione del testo quanto le scelte stilistiche che ne hanno facilitato la fruibilità, trascorsi oltre tre secoli dalla prima rappresentazione nella Parigi del noto commediografo.

Un prologo e un epilogo circoscrivono la storia che si dipana nei due atti a ritmo incalzante, poco o nulla concedendo alle pause, puntando invece molto sulla dinamicità dei personaggi, in quel bailamme di malintesi, capovolgimenti e soluzioni congegnato da Molière per tirare via via le fila sull’avarizia del protagonista Arpagone.

L’ambiente familiare entro cui ci si muove è quello più consono a mettere in risalto le imperfezioni dell’uomo, mai rimarcandone la drammaticità, piuttosto investendole di una comicità atta a condannarle con stile.

Riesce bene a Ugo Chiti la messa in scena di quel mondo “esoso” filtrato dallo sguardo di Arpagone che nell’inappuntabile interpretazione di Alessandro Benvenuti trova la quadratura del cerchio di tutta quanta l’operazione. L’avaro si dimena, a suo dire, tra interessi e amor proprio. I figli sono “pulci, zecche, sanguisughe” che lo intralciano; i servi individui da dividere per meglio comandare; le donne in genere una chance, per impinguare il proprio patrimonio.

Tutto quanto si delinea nella sua testa risponde all’unico imperativo: il guadagno. Peccato però che il mondo non giri attorno ad Arpagone esattamente come dovrebbe per la realizzazione dei suoi piani: la figlia Elisa, stagionata trentenne agli occhi del padre, ama, ricambiata, il servo Valerio; il figlio Cleante, giocatore d’azzardo e dissipatore del patrimonio paterno, ama Marianna, fanciulla economica nell’agire, purtuttavia senza dote.

Attorno a essi ruotano quei personaggi sui quali la penna di Molière non era passata velocemente. Così il serbo Freccia, la faccendiera Frosina e il cuoco/cocchiere Mastro Giacomo, che molto devono alla commedia dell’arte e ai caratteri tipici della tradizione classica, risultando essi stessi dotati di quel vigore necessario a imprimere ulteriore dinamicità alla vicenda.

Il cast della compagnia “Arca Azzurra Teatro” è all’altezza del compito. In ordine di apparizione, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Giaffreda e Desirée Noferini.

Gli attori allestiscono la scena in giardino, muovono i parallelepipedi per meglio servirsene e sembra possano fare a meno di Arpagone, nell’agire e nel sentire.

Convince, in mezzo a tutto ciò, il metateatro di cui si serve Chiti per tirare dentro lo spettatore, il solo a sapere chi ha derubato Arpagone e il solo a coglierne la disperazione solitaria nel febbricitante epilogo, quando soltanto il denaro gli tiene compagnia e l’uomo giace a terra, beato al suono delle monete, musica soave per le proprie orecchie di avaro.