Nella bocca di un’ombra che parla, la dimensione atemporale del dolore

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Scalini sul fondale e pochi oggetti sulla scena, molti dei quali a richiamo d’un tempo ormai andato o in procinto di congedarsi, per ragioni squisitamente di Stato. Valeria Sara Lo Bue immobile, prima di arrestare miracolosamente un fastidioso ronzio con una fionda. È su quel sadico gesto, a rimembrare le perversioni di un tempo e di un’anima, che si comincia a scrutare da una fessura la coscienza del più dissoluto imperatore di Roma: Eliogabalo. 

La sontuosa drammaturgia di Benedetto Galifi, che si inserisce nel ben più ampio progetto “Il terzo occhio”, incentrato sui miti della cultura occidentale, è sorvegliata dalla regia di Lo Bue, alla quale si riconosce altresì il merito di aver bisbigliato, e mai urlato, i moti dell’animo zampillati dalla scrittura. Il rischio, innanzi al lirismo delle parole, è sempre quello di enfatizzarlo nei gesti, di accrescerlo a dismisura sulla scena, di profanarlo e trasfigurarlo. Occorre mettere dunque in risalto l’oculatezza delle scelte registiche che hanno eluso la sovrabbondanza d’ogni sorta. 

Il sentimento tragico alla base, la distanza del tempo a coglierne le impercettibili sfumature, ora che Eliogabalo è vittima di sé e dell’efferatezza della vita. Un’infanzia perduta da rivivere nel volo di un piccolo aeroplano scardina la coerenza interna della storia e crea quella dimensione atemporale nella quale il teatro trova la sua ragion d’essere. Un presente che ingabbia, un potere che non si comprende, il senso d’appartenenza definitivamente perduto. Ché Eliogabalo è come tutti noi vittima del proprio destino. La sua ribellione si spegne in gola, il suo malessere implode, la corona non lo placa né lo appaga. Tutto ciò che accade non accade mai oltre i confini del proprio io. E lì solo il terzo occhio può percepirne il dramma. 

La sua eccentricità è la sua forza, a dispetto del giudizio, ed è la sua debolezza. Al tempo del Mos maiorum e oggi, infranto da secoli il codice degli insegnamenti etici e morali romani. 

Di gran pregio, all’interno dello spettacolo, le musiche eseguite dal vivo da Hatori Yumiz e nelle quali si incastonavano i rumori della realtà. 

Sesto appuntamento con la stagione teatrale ai Magazzini del Sale, “Perché il buio non mi copra interamente” è il lento spegnersi delle parole in un sussurro, prima del silenzio definitivo. Ed è l’azzurro sugli occhi, a un passo dalle tenebre e quando la luce può ancora costituire un varco. È la memoria, unica eternatrice dell’esistenza andata, nelle bocche delle ombre che parlano e parlano.