Piccola patria, La carneficina emotiva sul fronte dell’individualismo politico e umano

Eccezionalmente disposto ai lati più lunghi del tavolo d’un seggio elettorale, in un’Area Iris oltremodo idonea all’inconsueto assetto, il pubblico del Cortile Teatro Festival ha assistito ieri (in replica stasera) alla pièce “Piccola patria” della compagnia toscana CapoTrave.

Traendo ispirazione dalla vicenda che riguardò la Repubblica di Cospaia, indipendente dal 1440 al 1826 per un errore di tracciamento dei confini, Lucia Franchi e Luca Ricci imbastiscono una trama che parte sì da una questione politica affine, ma presto vira verso il dramma squisitamente umano di cui l’individualismo, secessionista per natura, è responsabile.

Il testo è ben costruito e i dialoghi incalzanti ai quali si affida, in crescendo, lo sviluppo della trama innestano quella relazione tra i personaggi che ne determina il corto circuito sul fronte emotivo. Si predilige la ricostruzione realistica in modo che la situazione sia percepita come vera, si materializzano gli elementi drammatici e si assegna allo spettatore una visuale che molto dipende dai movimenti degli attori per dilatare l’orizzonte del reale. Intanto i protagonisti si integrano con il luogo che li accoglie e li anima, parole e azioni ne delineano i contorni caratteriali e li rendono distinguibili, oltreché veritieri, così che gradatamente ci si appresti a quella conoscenza del singolo che svela sempre, seppure a grandi linee, la complessità della natura umana sulla quale s’erge molto teatro.

La regia di Luca Ricci percorre l’itinerario tracciato dalla drammaturgia ben amalgamando tutti gli elementi che concorrono a scovare prima e a sfoderare poi il senso profondo della rappresentazione. E al globale equilibrio dell’impianto scenico, frutto anch’esso di ponderate scelte registiche, vi si aggiunga l’interessante disegno luci di Pierfrancesco Pisani, a scandire il tempo col digradarsi della luminosità, a giocare sull’avvilente quadretto di vita che costituisce il motore dello spettacolo.

Caterina (Gioia Salvatori), Corrado (Simone Faloppa) e Lorenzo (Gabriele Paolocà) sono tre piccole patrie costrette dentro il medesimo perimetro per tre giorni, il tempo che si svolga il referendum per l’autonomia di San Verdiano, una minuscola e scarsamente popolata Mesopotamia del nostro tempo.

Caterina e Corrado sono fratelli. L’una, rifugiatasi su un’isola islamica, dondola a San Verdiano tra i ricordi dell’infanzia e la rimozione di spaccati temporali che, nella vaghezza delle allusioni, si preannunciano comunque essenziali ai fini della vicenda. Corrado, tra i due fiumi che ne segnano i confini, ha all’opposto racchiuso tutto il suo mondo: lo sguardo su ciò che l’orizzonte estromette è alquanto miope. Il temperamento, nel relazionarsi alla sorella, è prevaricatore; le si rivolge ogni volta, con tono fastidiosamente e paternalisticamente saccente, chiamandola per nome, come a volerle ammonire.

L’ingresso di Lorenzo nel seggio elettorale, quando già la tensione si taglia col coltello, assesta il colpo di grazia agli equilibri precari delle relazioni. Lorenzo è diametralmente opposto a Corrado, eppure come lui è rimasto su quel fazzoletto di terra per il quale nutre considerevole disgusto.

Coopera a tratteggiare le forme dei tre individui, spia delle peculiarità caratteriali, la scelta dei costumi operata da Alessandra Muschella, cui si ascrivono anche le scene. Dai particolari delle scarpe, alle giacche, ai colori degli indumenti si confeziona il tridente delle personalità dissimili sul quale si gioca la partita concepita a livello testuale.

Intanto avvampa per la seconda volta quell’incendio che, dieci anni prima e alla vigilia del referendum revocato, distrusse la scuola. E ora è una combustione sul piano meramente emotivo, tra un panino con la porchetta e un bicchiere di vino, tra il non detto e il rigurgito delle coscienze. Anime, lì, sempre sul punto di traboccare. Fiumi che il tempo non ha prosciugato e che, sul limitare dell’indipendenza o della resa o della fuga, si abbandonano all’ultimo colpo di coda.

Sempre in contatto tra loro, a sostenere ininterrottamente la dimensione collettiva dello spettacolo pur seguendo itinerari molto personali nell’elaborazione del personaggio, gli attori hanno selezionato, ciascuno per sé e nella valorizzazione delle specificità espressive, i giusti colori emotivi degli individui sulla scena. Una coerenza ineccepibile nell’organizzare l’interpretazione, nel rendere proficui i silenzi e nell’occupare centimetri che non paressero mai casuali. La tensione scenica voluta registicamente, il passaggio graduale dalla contingenza per aprire le danze sulla carneficina emotiva, sono frutto in “Piccola patria” della più felice mistura che possa ascriversi a uno spettacolo teatrale: la drammaturgia traducibile scenicamente, la creatività del regista che si insinua tra le pieghe della scrittura e il lavoro interpretativo, egregio in tal caso, degli attori.

Intanto Caterina, Corrado e Lorenzo svelano gli aspetti meno servibili del sé a lungo segregato. Cade l’ultimo velo dell’ipocrisia. Politica e politicamente corretto definitivamente assolti. Ciascun personaggio sceglie, alla fine, la strada che più si confà alla propria natura. Così che, nel ribaltamento delle già posticce alleanze, si prediliga finzione o disperazione. Con tanto di vincitori e vinti, ciascuno accovacciato sull’io che, à la guerre comme à la guerre, distrugge l’altro con disinvolta noncuranza.