La Democrazia smontata da Raimondo Brandi a teatro

Un itinerario di pungente ironia e turbamento quieto, svelando i paradossi del presente

Al quarto appuntamento del Cortile Teatro Festival 2025, negli spazi suggestivi della Tenuta Rasocolmo, è andato in scena “Post Democracy – Proposte drastiche per un futuro audace”, ideato e interpretato da Raimondo Brandi.

Una riflessione lucida e spiazzante sulla cedevolezza, e corruttibilità, della democrazia contemporanea, sfiorando i margini del rischio, prefigurando scenari incombenti, obbligando lo spettatore a varcare la soglia del visibile, a misurarsi con l’inquietudine del possibile. 

Il gioco teatrale, che Brandi orchestra con estrema perizia, si rivela un congegno implacabile che manipola il paradosso, offre l’assurdo in pasto al riso, come arma disarmante, e intanto strappa il velo dell’illusione per esporre la realtà nella sua nudità più cruda, affonda i colpi con una precisione che ha il rigore del bisturi.

L’autore e interprete milanese, sorretto da un carisma scenico di notevole impatto e da una crudezza espressiva sottile che scorta la performance senza intralciarne la leggerezza, conduce lo spettatore dentro un itinerario di pungente ironia e turbamento quieto, svelando i paradossi del presente, le ombre di un avvenire in bilico, sospeso tra trasformazioni radicali e derive irreversibili. 

Brandi non cerca consolazione né si limita a provocare: insinua domande scomode, rivela la parzialità dello sguardo, sovverte verità assodate, mette a soqquadro certezze e restituisce al teatro la sua funzione originaria di specchio e monito.

Lo sguardo è disincantato e implacabile. Nessun compiacimento estetico sul piano cartesiano di una drammaturgia priva di fronzoli retorici. Persino l’apparato scenico, ridotto all’osso, serve a esaltare la parola e la gestualità ponderata e consapevole dell’attore, che diventano l’unico vero strumento di comunicazione.

L’efficacia dello spettacolo si misura anche nella sua capacità di attivare un dialogo interiore: non si limita a rappresentare un problema, ma obbliga chi guarda a prendere posizione. È in questo scarto che “Post Democracy” si rivela non solo un atto teatrale, ma un reale esercizio politico e filosofico. 

Il pubblico, rapito dal ritmo serrato e dalla densità dei contenuti, ha accolto con grande attenzione e partecipazione la proposta scenica di Brandi, confermando ancora una volta come il teatro riesca a farsi laboratorio di idee oltre che vetrina artistica.

Si apprezza, infatti, in Raimondo Brandi la capacità di osservare la realtà con la lente impietosa della lucidità, penetrando nelle pieghe più sottili dell’esistenza collettiva e intercettandone le sottotrame, spesso invisibili allo sguardo distratto. 

“Post Democracy” non si limita a evocare scenari futuri, ma porta in superficie l’assurdo quotidiano che alimenta il potere: quell’assurdo che si costruisce goccia dopo goccia, attraverso il linguaggio manipolato, la proliferazione di vocaboli nuovi per storie antiche, il confondersi di menzogne e verità che finiscono per indossare gli stessi abiti.

Lo spettatore assiste dunque a un processo di smascheramento, a un teatro che non si accontenta di denunciare, ma svela il funzionamento stesso della macchina del consenso. 

L’atto che sottrae al pubblico la comodità della distanza e lo chiama in causa, costringendolo a riconoscere come l’assurdo non appartenga a un altrove distopico, è oltremodo radicale. 

Ironia e inquietudine si intrecciano sulla scena, mentre serpeggia la rabbia: ci si scopre spettatori e insieme marionette, smarrite e incapaci persino di concepire con la mente l’esigenza di una solidarietà reciproca, finendo così per alimentare, senza accorgersene, il gioco dei potenti. Marionette, tra l’altro, che al confronto sulla vita, sui ruoli, sulla casa o sulla famiglia, nutrono dietro la facciata dei dialoghi quotidiani una malcelata invidia reciproca.

Brandi porta in superficie l’inganno più grande: l’uomo è stato sedotto dall’idea di una democrazia che prometteva libertà, salvo poi accorgersi di essere stato tradito. Da qui l’urgenza di disconoscere i fatti, di tornare alle promesse. Di tornare, in una parola, alla poesia. 

E, nel paradosso più spiazzante, anche un ipotetico dittatore che decidesse di limitarsi a garantire la libertà verrebbe osteggiato, perché incrinerebbe l’equilibrio di un sistema ormai fondato su contraddizioni strutturali.

Il fondamentalismo democratico appare ormai come una pietanza cruda e indigesta. Non meno stomachevole dell’individualismo compiaciuto dei radical chic sintonizzati su La7, delle autocrazie elettorali, degli Stati che prosperano sul modello mafioso. E infine dello Stato stesso: grande regista della finzione, che per sua natura intrinseca assoggetta l’individuo, offrendogli la messinscena dell’interesse comune.

Tutti meccanismi che affondano le radici in un passato mai davvero concluso, in quella storia che, secondo la lezione di Hegel, avrebbe dovuto chiudere il sipario e che invece si è riaperta, con la guerra.

È lì che va cercata la regia occulta: la costruzione a tavolino di verità e menzogne, intrecciate come in una mediocre sceneggiatura da avanspettacolo. Mentre la vocina di una Sara qualunque, col ben noto refrain “e se poi non è vero?”, puntella la disinformazione ufficiale, le chiacchiere social che si rincorrono, rigenerandosi di continuo e contaminandosi a vicenda. 

Una vera e propria farsa tragicomica che confonde e avvelena l’individuo, ogni anno poco più razzista, poco più omofobo, poco più stanco.

Ad accompagnare la parola scenica, e a suggellare quel contatto vivo e fertile con il pubblico che talvolta esige l’improvvisazione dell’attore, interviene un flusso di immagini, molte delle quali significativamente generate dall’intelligenza artificiale.

Queste proiezioni non hanno un ruolo ornamentale, ma fungono da contrappunto visivo, amplificando il senso di ridicolo, di miseria e di bluff che attraversa il mondo.

E per rendere ancor più pungente la drammaturgia intervengono poi gli stacchetti musicali, scelti con ironia dal repertorio di Renato Zero, un artista che ha fatto del trasformismo la sua cifra distintiva. Scelta, anche questa, non casuale, che aggiunge al discorso teatrale un ulteriore strato di significato: il gioco dei travestimenti, delle maschere e delle reinvenzioni, specchio beffardo delle metamorfosi del potere e delle sue menzogne.

Infine, da un monologo così illuminante, lo spettatore non poteva che attendersi una soluzione. 

Eppure ci si è trovati di fronte all’ennesimo paradosso: una dittatura qualsiasi che, con gesto autoritario, si arroghi il compito di imporre libertà e bene universale.

Chi, allora, se non Raimondo Brandi, può caricarsi sulle spalle questa contraddizione?

Chi, se non un “io” elevato a salvatore, può organizzare la sua campagna elettorale, con tanto di comizio e santini da gettare come coriandoli sulla platea?

Chi, se non l’attore? A teatro, dove la soluzione non passa mai da proclami, ma da una piena assunzione di responsabilità. 

L’artista rimane del resto l’unico a trovare ancora il coraggio di dire “io”, di esporsi, di rischiare. Perché questo è il compito dell’arte: tentare, laddove tutti si ritraggono. Riconoscere il vuoto. E sfidarlo.

(ph. Giuseppe Contarini)

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