Le spose che “Venivano dal mare” e il Nuovo Continente ad attenderle nell’eccentrica pièce di Lucia Sardo

By  Giusy Arimatea Feb 25, 2018
Recuperando quel tempo durante il quale ci si sposava per procura e si affidava al caso il proprio destino, l’attrice siciliana Lucia Sardo ha imbastito il dramma corale senza tempo delle donne, oggi come allora vittime di certa violenza di genere e di un mondo che anche adesso ne biasima, magari tacitamente, l’emancipazione. Così “Venivamo dal mare” trasferisce sulla scena del Clan Off, in maniera peraltro inusuale se si considerano i molteplici canali utilizzati, quello spaccato di realtà che facilmente assurge a simbolo dei sogni infranti in ogni dove. Ed è lì che pure striscia e talora sussurra quel fremito di ribellione grazie al quale, se non ci si salva, almeno si scansa la sciagura.
Rosa ha dodici anni e vive a Gangi. Un pacco dall’America, due abiti in regalo e una vita apparecchiata. Piter Lanzafame, u figghiu di Peppi ucca e saccu, ha già scelto per lei. E, se lo chiama, lui non risponde. Non serve neppure nascondersi, di notte, nella casetta delle galline. Ché gli uomini riacciuffano sempre le donne ribelli e un istante dopo le riconsegnano a donne come loro, solo più avvezze alla vita. O più rassegnate al destino.
L’abito da sposa ricamato da fili di pianto, le promesse in chiesa allo sconosciuto d’oltremare, la festa, le fotografie, quindi il viaggio. Il porto di Palermo tracima di fanciulle come Rosa. Ciascuna ha la sua valigia in mano e nel cuore un coacervo di paure, una risibile speranza. Qualcuna è più fiduciosa di altre. Gina, per esempio, ha scelto Bartolo di Lipari in foto e sembra già essersi calata nella parte della sposa felice.
Tutte navigano sulle onde di un destino incerto, come incerto è il mare che le culla, o le agita.
Già distante la terra che le ha “incantesimate” o sfregiate. È tutta una questione di bilancio tra il passato noto e l’incerto futuro. Tanto più orribile è ciò che è stato tanto meno si ha paura di ciò che deve ancora venire. Così Iolanda, che fugge dal padre, dal marito e dalle violenze di entrambi, mescolate fino a confondersi, trova conforto finanche tra le braccia del suo Caronte di mare, quel pessimo Giovanni Capra che traghetta le anime a mo’ di un Mangiafuoco miseramente istrionico. Su quella nave Rosa diventa donna. Il sangue della fertilità a impedirle di fare un mucchio di cose. L’ignoranza che è divieto, in quella folla di divieti e costrizioni che è poi tutta la sua vita. E tra le spose che vengono dal mare c’è Annaluna, lì a contenerle tutte. Messa incinta da Don Michele, sposa per procura di Mimì e un figlio, perso, inghiottito dal mare. Annaluna da quella nave non è mai scesa. Annaluna aiuta le sventurate compagne di viaggio, ognuna con la sua storia, tutte nello stesso destino.
Al fianco dell’attrice di Francofonte, nota al grande pubblico per aver interpretato la madre di Peppino Impastato nel film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, Gioacchino Cappelli e Sibilla Zuccarello. Versatili anche loro su quella scena che mescola registri e stili narrativi, che sovrappone tecniche, sperimenta espedienti. Talora ahimè a detrimento delle abilità interpretative degli attori sulla scena. Oltremodo felice, invece, la scelta di affidare alle marionette il ruolo di quelle donne delle quali la vita muove spietatamente le fila. E tra letture, suoni, luci, tempeste scivola via quel lungo viaggio che porta all’America. Meta sconosciuta come sconosciuto è il destino che vi contiene.
Last modified on Sunday, 25 February 2018 12:38

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