Riccardo III, Quando il segno trasfigura la realtà e ne coglie le impercettibili sfumature


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2018
La svolta stilistica definitiva di Auretta Sterrantino, già intuibile nel recente lavoro “Quarantena”, si conferma nello studio “Riccardo III. Suite d’un mariage”, grazie al quale una pregiata drammaturgia trova la sua ragion d’essere nell’impianto registico più adatto a risaltarne quella potenza musicale che assoggetta scena, gesti, finanche partiture. Dapprima Auretta Sterrantino costruisce le parole, poi impalca un universo fisico e visivo in grado di contenerle. Da drammaturga e regista può di fatto permettersi di rispondere con l’allestimento alla medesima logica che soggiace alla scrittura. Nel teatro, dimora per eccellenza dell’arbitrarietà, il segno ottiene la sua rappresentazione nella duplice veste di significante e significato. Grazie a esso si richiamano mondi lontani, si affondano le mani nelle acque del presente, si trasfigura la realtà per svelarne le dimensioni più recondite. Dalle sonorità spiccatamente classiche, ove la prosa ritmica si imperla di figure retoriche e virtuosismi lessicali, la parola irrompe nelle anfrattuosità della psicologia, superando l’azione alla quale la cultura teatrale greca pretendeva si piegasse e percorrendo nuovi e fascinosi sentieri. 
Il dramma che si consuma sulla scena allestita da Valeria Mendolia, che privilegia quell’essenzialità di beckettiana memoria atta a mettere in risalto gesti e parole, è il dramma universale di due nature spiccatamente dissimili. È il dramma dell’uomo che prova a dimenarsi tra il bene e il male, tra quei chiaroscuri di un animo che effigiano la vita stessa, interessante laddove se ne scorgano impercettibili sfumature. 
Il dramma di Riccardo III e Lady Anna poggia su un dodecasillabo che suona come una dichiarazione di guerra: “è giunto l’inverno del nostro scontento”. Lì si innesta un gioco al massacro che sovverte i ruoli atavici di genere come quelli costruiti dalla tradizione e punta piuttosto sul ridimensionamento dell’essere umano che si abbandona ai più biechi istinti. Le gibbosità del corpo si perdono in quelle dell’animo. E non v’è più netta distinzione tra bruttezza e beltà, ché tutto è parimenti disarmonico, stabilmente mutevole, parziale. “Prestato, vecchio, nuovo, blu” è la formula magica di un rito, il mariage, che diventa via crucis. È l’ossessivo reiterarsi del mantra che scorta la distruzione. È il memento mori recapitato dalla mente lucida a due esistenze esagitate dal dolore. L’amore entra trasversalmente sulla scena, richiamato per un istante da Lady Anna al fine di illuminare, per contrasto, l’odio sul quale si impernia un matrimonio di morte. “Cave canem! Cave monstrum!” è il monito che ella stessa si porge nell’atto di respingere gli istinti animaleschi che pur tuttavia suscitano gli occhi e le mani del ripugnante coniuge. 
Falliscono, di contro, i ripetuti tentativi di plagio e foggiatura operati dal marito, ai quali sfugge quella donna che del risentimento ha fatto la sua unica ragione di vita.Le certezze di Riccardo III crollano via via che il miele fallace dispensato dalla sua bocca diventa veleno per le orecchie della moglie. E il veleno uccide, come la noncuranza amplifica le difformità, il ripudio la rabbia. 
Sprazzi di consapevolezza nell’animo cupo di lui, che tutto ha tolto a lei, durante un sanguinoso duello, senza vincitori né vinti, giocato sul terreno della parola e dei gesti. Chiasmi a calcare la mano sull’aggettivazione che connota le cose, che assegna loro sfumature capaci di delimitarne i confini. Lo spietato Riccardo III diviene misero, impotente, in una parola umano, sotto i colpi infertigli da un’anima che il rancore ha spogliato degli abiti bianchi, per vestire dapprima di nero, poi del rosso di quella libertà ritrovata nei rivoli del proprio sangue. 
E quando giunge “l’ora in cui tutto torna, non tanto com’era ma come sarà” si è ormai consumato il dramma racchiuso nella struttura circolare della drammaturgia. Nessun explicit a suggellare la morte, nel perenne divenire delle cose che cominciano, mutano, ricominciano mille e mille volte, senza esser mai degne d’un lieto o infausto finale. Un progetto ardimentoso quello di Auretta Sterrantino con il quale i due giovani attori, Giulia Messina e Michele Carvello, si sono misurati. Non è mancato loro il coraggio e non è mancata l’umiltà di scegliere la sola via possibile: quella di ottemperare agli obblighi attoriali, lasciando fuori dalla porta i guizzi e le tendenze personali. Occorreva sottostare al rigore ed entrambi non vi si sono sottratti. 
Un plauso particolare meritano le musiche originali di Filippo La Marca e Vincenzo Quadarella, in grado di fondersi con le sonorità della scrittura senza mai sopraffarle, anzi amplificandone la portata concettuale. Lo studio di Auretta Sterrantino chiude il sipario sulla rassegna teatrale di Roberto Zorn Bonaventura all’interno del Capo Rasocolmo Summer Fest. E chiude su quello spettacolare tramonto che dal Promontorio Nord cala sui volti bui di Riccardo III e di Lady Anna, ora che il loro destino di solitudine e dolore si è fatalmente compiuto.

Il quadro miserevole della società 2.0 che scansa con un sorriso l’afflizione


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2018

“Siamo tra intimi”. Esordisce così Dario De Luca quando, dal palco allestito in occasione della manifestazione “Agosto...in Fiera”, scorge appena una decina di spettatori. Alle sue spalle una luna magnifica, su di lui luci che s’infrangono sui lustrini della camicia e lasciano presagire la piega raggiante che prenderà la serata. “Va pensiero che io ancora ti copro le spalle” è il secondo capitolo di una trilogia scritta da Giuseppe Vincenzi per l’attore Dario De Luca. Una produzione Scena Verticale, il centro culturale calabrese che si fregia dell’organizzazione del festival Primavera Di Teatri a Castrovillari. Sulla scorta di quel teatro canzone che deve tutto all’estro creativo e alla levatura artistica di Sandro Luporini e Giorgio Gaber, De Luca alterna per un’ora musica e cabaret, accompagnato da Paola Chiaia alla tastiera. Un Atto unico in sei quadri e canzoni durante il quale l’attore si dimena tra disgrazie personali e universali, tra casa e nazione, tra show e politica, indistinguibili peraltro.
Dalla premessa che distingue disoccupazione e inoccupazione alla forsennata compilazione del Curriculum Vitae, carente al punto da necessitare d’essere impinguato con le esperienze maturate nella vita precedente, si procede verso la triste realtà dell’Italia interinale in cui viviamo.
La professione di attore derisa, tanto più che esercitata in una regione del profondo Sud come la Calabria. Non rimane che accontentarsi di una carriera in TV, partendo dal gradino più basso, spettatore con il compito di applaudire, fino ad arrivare a occupare il trono di Uomini e Donne e assistere alle sfilate di pretendenti dai nomi à la page. Basterebbe questo a restituire il quadro miserevole di un Paese, eppure Dario De Luca ci mette dentro i colori della tecnologia che ci ha fagocitati, solo all’apparenza colmando i vuoti culturali di una società votata all’indicativo, fornendo piuttosto emoticons per esprimere emozioni che non si provano più.
En passant, l’ipocrisia alla quale ci si assuefà per quieto vivere. Quindi i rapporti di coppia e la libertà riconquistata quando si indossa nuovamente la maglia del libero, come Baresi e Scirea. Un mare di progetti e l’incapacità umana di realizzarli in solitudine. Lo spettacolo vira dunque sul dramma dell’italiano medio, quello che non sa più come si vota a sinistra, per poi abbandonarsi alle riflessioni spiccatamente leopardiane sulla vita. La salvezza in mano agli extraterrestri. Il sogno di una casa sulla luna ora che i partiti artificiali hanno decretato la morte della politica e sopravvivere, qui, diventa il compito più arduo. Senza iperboli e senza ampollosità da palcoscenico, Dario De Luca ha lasciato che il pubblico indossasse i suoi occhi per assistere al lacrimevole spettacolo della società 2.0 in cui nostro malgrado naufraghiamo. Il pregio che gli si riconosce è quello di averlo fatto con la leggerezza e l’immediatezza necessarie a rendere tutto meno indigesto. Ché ove si posano gli occhi abbozzando un sorriso si addolciscono persino le mostruosità del vivere.

Cala il sipario a Caporasocolmo, Riccardo III chiude la rassegna Promontorio Nord


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2018

Il 30 agosto alle 18.30 si rinnoverà la collaborazione tra Roberto Zorn Bonaventura, direttore artistico anche per la seconda edizione della rassegna Promontorio Nord, e Auretta Sterrantino, regista e drammaturgo di Riccardo III. Suite d’un mariage. Lo scorso anno infatti Auretta Sterrantino aveva presentato Naufragio con Marialaura Ardizzone, in dialogo con le musiche di Filippo La Marca. Riccardo III debutterà in forma di studio, grazie a QA-QuasiAnonimaProduzioni, con Michele Carvello e Giulia Messina, le musiche sono di Filippo La Marca e Vincenzo Quadarella, l’allestimento è di Valeria Mendolia. Dichiara l’autrice: “Riccardo III. Suite d'un mariage è uno studio che vuole indagare i meccanismi di una mente perversa e le dinamiche di azione e reazione espresse e inespresse che si innescano in un gioco al massacro spinto da due sentimenti distruttivi: desiderio di potere da una parte, sete di vendetta dall'altra.” La rassegna si colloca all’interno di Capo Rasocolmo Summer Fest e quest’anno è stata inaugurata lo scorso 11 agosto da Gianfranco Quero con Agrigento stazione di Agrigento. Il secondo appuntamento è stato affidato a Simone Corso che ha realizzato Lo scoglio del mannaro il 21 agosto. L’evento è stato riccamente partecipato dal pubblico anche grazie alla felice formula della visione dello spettacolo con degustazione a seguire. Il luogo suggestivo di Capo Rasocolmo offre un magnifico paesaggio sul Tirreno, dalla collina di Contrada Piano Torre (Vico degli Ulivi, Spartà-Messina), esso è sede della Tenuta omonima di Francesco Giostra Reitano (info e prenotazioni: +39 3933343760, tenutarasocolmo.com/eventi).

Il pirandelliano abbandono al fluire della vita nel monologo dello straordinario Enrico Lo Verso


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2018

Nell’ambito della manifestazione “Agosto... in Fiera”, slittato di un giorno a causa del maltempo, uno degli spettacoli scelti dal direttore artistico sezione Teatro e presidente della Rete siciliana di Drammaturgia contemporanea Latitudini Gigi Spedale, l’omaggio a Pirandello di Enrico Lo Verso.
Un ritorno sulle rive dello Stretto per l’attore palermitano che dal 2016 porta sulla scena di teatri prestigiosi l’adattamento di Alessandra Pizzi del romanzo “Uno, nessuno e centomila”. Partecipazioni a festival italiani e internazionali, oltre 250 repliche sold-out, il Premio Franco Enriquez 2017 a Lo Verso per l’interpretazione e alla stessa Pizzi per la regia; di recente il Premio Delia Cajelli 2018, ennesimo riconoscimento all’attore.
Il ritorno a teatro di Lo Verso, dopo dieci anni di assenza, è coinciso con un progetto che, nell’assegnare al teatro la funzione di informare oltreché intrattenere, ha puntato tutto, e a ragione, sulla sua perizia attoriale. E il giovanissimo carabiniere Antonio del film “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio, oggi con i capelli scompigliati e il grigio a svelare gli anni, ha dato ulteriore prova del suo talento nei panni di Vitangelo Moscarda.
Un attore, Lo Verso, che dalla sera precedente, quando era uscito in calzoni corti per comunicare l’annullamento dello spettacolo, aveva già dimostrato grande cordialità e modestia, e che ieri si è lodevolmente adattato a uno scenario non proprio “teatrale”. I teli di copertura mossi incessantemente dal vento, un pubblico tutt’altro che silenzioso e qualche telefonino in perenne attività a distrarre dal disegno luci.
Trascurando la trama di un romanzo che si vuol credere i lettori abbiano ben a mente, preme infatti sottolineare la brillante performance di Enrico Lo Verso. Il rimaneggiamento del capolavoro della letteratura italiana operato da Alessandra Pizzi sarebbe stato il mero reiterarsi di una tradizione di monologhi confezionati su misura per gli attori se non fosse subentrato il carattere istrionico di Lo Verso a vivificare sulla scena presenze ben note di quell’universo pirandelliano che evidentemente s’intendeva rispolverare. Non era il suo uno sfoggio di talento artistico a detrimento della materia trattata. E non era l’ennesimo colpo di spugna al teatro di regia al fine di una glorificazione dell’attore che prescindesse dall’intero allestimento.
Enrico Lo Verso ha piuttosto messo la propria professionalità al servizio della potenza catalizzatrice dell’arte, prescindendo dall’egocentrismo e dando l’idea di condividere con i destinatari un’esperienza che egli stesso pareva stesse vivendo. Un’interpretazione impeccabile e in grado di associare abilità tecniche alla propria autenticità di uomo prima che di attore. Immediatezza, adesione personale e fervore grazie ai quali lo spettacolo si è permesso di virare verso la verità esistenziale nuda e cruda nascosta tra le pieghe della scrittura di Pirandello. Ridotta al minimo la scenografia e con essa l’artificiosità della situazione teatrale, lo spettacolo ha affidato alla tecnica vocale e gestuale di Lo Verso, che ben si è districato nella declinazione dialettale del linguaggio, il compito di “sporcare” quel teatro di parola che alla centralità del testo sovente piega l’evento scenico.
La crisi dell’identità individuale, il riflesso dell’uomo nelle prospettive degli altri, lo sconvolgimento che segue al crollo delle certezze, l’estraniazione dalla vita sociale, la solitudine e la follia non sarebbero insomma bastati a spiegare il successo dello spettacolo se Enrico Lo Verso non avesse saputo vivificare i palpiti dell’animo umano prima, durante e dopo l’esperienza panica dell’abbandono al fluire della vita, oltre ogni limitazione e oltre il folle e vano raziocinare innanzi all’indecifrabilità delle cose e degli uomini.

"CantoAutori", un viaggio da nord a sud al Teatro dei 3 Mestieri


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2018

Cala il sipario su Fuori Scena, la stagione estiva del Teatro dei 3 Mestieri di Messina, con lo spettacolo musicale "CantoAutori" che si svolgerà oggi giovedi 23 Agosto alle ore 21:00. CantoAutori è un affascinante viaggio da nord a sud dell’Italia in compagnia dei suoi cantautori più amati, racchiusi tutti in un solo concerto. Questi i musicisti che si esibiranno:

Luigi Restivo: Voce e Monologhi
Roberto Bonasera e Davide Scimone: Chitarre Acustiche
Maria Pia Favasuli: Basso
Simone Bombaci: Batteria e Percussioni
Daniele Testa: Violino

Apericena a partire dalle ore 20.15. Info e prenotazioni 090.622505 - This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. Teatro dei 3 Mestieri S.S.114 km 5,600 via Roccamotore Tremestieri.

"Lo scoglio del Mannaro", secondo appuntamento nella tenuta Rasocolmo


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2018

Dopo il successo e il sold out di “Agrigento stazione di Agrigento” Gianfranco Quero, “Lo scoglio del Mannaro”, con Simone Corso, è il secondo spettacolo della rassegna “Promontorio Nord”, curata da Roberto Zorn Bonaventura che andrà in scena martedì 21 agosto, al tramonto, nella
tenuta Rasocolmo di Francesco Giostra Reitano (inizio ore 18.30), all'interno degli eventi Caporasocolmo summer fest. La collaborazione artistica è di Adriana Mangano. Lo spettacolo, andato in scena precedentemente con grande successo di pubblico e di critica, all'interno del settecentesco cortile Calapaj-D'Alcontres, vede come protagonista un giovane scrittore inglese, il quale, certo del suo mondo fatto di imperativi, si scontra con una realtà
improbabile, una storia mitica, proveniente dal passato, che ha plasmato in maniera indelebile l’identità di un intero paesino della Sicilia nord-orientale. Di fronte a un tale smarrimento, di fronte all’incertezza dettata dal mito, tenuto in vita dai cunti che si sono tramandati di generazione in generazione, Edward reagirà provando a illuminare le menti di quegli uomini e di quelle donne, accompagnandole sulla via del vero (e del verificabile). Ma quanto, questa storia, non appartiene anche a lui? Quanto, dentro quell’alterità, c’è già di simile? Il reale è sempre sinonimo di vero e la verità ha sempre un vestito solo? «”Lo scoglio del Mannaro” – spiega Corso -è un racconto che affonda le sue radici dentro il terreno
del mito. È una fiamma accesa in un tempo passato, ormai troppo lontano perché il giovane protagonista ricordi la ragione del suo ardere, e così proverà a toccarla con mano, per accertarsi della sua esistenza, della ragione del suo esistere. Passato, presente e futuro si mischiano in un incontro di culture, mito e reale si legano in un abbraccio in cui è impossibile distinguere uno o l’altro, come se l’uno completasse l’altro e
viceversa, per non lasciare che il vero perda la meraviglia della sua diversità». Simone Corso nasce a Patti (ME) nel 1990. Si forma presso il Teatro di Messina nel biennio 2010/2011, come allievo del laboratorio di formazione teatrale Officina Performativa. Si laurea al Dams nel 2013, con la tesi: “Il Laboratorio di Prato. Vita, morte e miracoli”. Perfeziona la sua formazione con workshop diretti da Longhi, Schechner, Collovà, Cesale, Bongiovanni e Balsamo. Nel gennaio 2015 è in scena con “Contrada Acquaviola n. 1” di cui è anche autore. Lo spettacolo, per la regia di Roberto Zorn Bonaventura, è stato finalista al festival di teatro civile CassinoOff, al Festival di Resistenza, Premio Alcide Cervi, a Gattatico (RE) ed è andato in scena per la IV edizione del Torino Fringe Festival. In teatro è stato diretto da Michele Di Mauro, in “Antigone”; Ninni Bruschetta, in “Amleto”; e
Giorgio Bongiovanni ne “Il Bugiardo”,produzioni del Teatro di Messina. Nel gennaio 2016 è in scena con lo spettacolo “Vina Fausa. In morte di Attilio Manca”, di cui è anche autore, per la regia di Michelangelo Maria Zanghì, presentato tra l’altro nella scorsa edizione de “Il Cortile – Festival
Teatrale”. È autore, insieme con Angelo Campolo, di “Vento da Sud-Est”, una rilettura di “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, prodotto dalla Compagnia DAF; lo spettacolo è andato in scena al Teatro India di Roma nel giugno del 2017 per “Roma per Pasolini”. Nel 2016 idea e dirige lo spettacolo “Dante muore”, vincitore della I edizione del bando internazionale ”Giovani Artisti per Dante”, prodotto da Ravenna Festival. Nel 2017 scrive
“L’Affamatoio o La Parabola del Pane Quotidiano”che è finalista alla V edizione de “I Teatri del Sacro”. Nello stesso anno è assistente alla regia di Angelo Campolo per “Il Ciclope”, prodotto dal Teatro dei Due Mari e dalla compagnia DAF, in scena nei Teatri Antichi di Tindari, Segesta e
all’antico porto di Classe per il Ravenna Festival. Il suo progetto, “X”, su testo di Alistair McDowall, è stato finalista al bando Forever Young de La
Corte Ospitale dove è andato in scena nel luglio del 2018. La rassegna proseguirà il 30 agosto, sempre al tramonto, con lo spettacolo di Auretta Sterrantino Riccardo III - Suite d'un mariage prodotto da QA-QuasiAnonimaProduzioni. La Tenuta Rasocolmo, sull’omonimo promontorio di fronte alle isole Eolie, è un luogo magico, pieno di energia e storia con il suo Faro che illumina la proprietà al calar del sole. Gli ospiti potranno concludere il loro percorso con una degustazione, alla scoperta dei prodotti della nostra terra in abbinamento ai vini della Cantina Giostra Reitano. Per info e prenotazioni: 393.3343760 oppure http://www.tenutarasocolmo.com/eventi.

Cuerpo de alma, La maniera scanzonata di ragionar d’amore a teatro


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2018
Penultimo appuntamento della rassegna estiva “Fuori Scena” al teatro Dei 3 Mestieri, il monologo “Cuerpo de alma”, scritto, diretto e interpretato da Donatella Venuti, ha richiamato un folto pubblico, a conferma del credito di cui meritatamente gode l’artista messinese. Un testo ironico, una maniera scanzonata di ragionar d’amore, al contempo sfiorando i drammi interiori, le contraddizioni, i segni che ciascuno porta del proprio passato, i conflitti irrisolti da affrontare per sopravvivere. Lo spettacolo s’apre sulla scena dell’orto dei Capuleti e svecchia la storia di Romeo e Giulietta, volutamente immiserendola, ammantandola di provincialismo e ridicolaggine. Vira quindi sul gap generazionale tra madri e figlie, al cospetto dei sentimenti come della vita. A ritroso, la madre che tarpa le ali alla figlia, che svilisce con un insostenibile “ma finiscila!” i suoi sogni, che non crede nel teatro e che piuttosto assegnerebbe alle donne il ruolo di maestre in una società ancora fatta su misura per l’uomo. Poi però c’è il Settanta, c’è la rivoluzione sessuale, c’è la fallace percezione di aver cambiato il mondo. E, nell’avvicendarsi di scenari e di generazioni, cambiano le figlie e con loro le madri. Si passa dalla fame di attenzioni di bambine che imparavano presto a bastare a sé stesse, con tutte le mancanze che si trascinavano dietro, alla presenza eccessiva e talora ingombrante delle madri troppo amiche, con la conseguente interruzione della crescita di figlie sempre meno capaci di reggersi sulle proprie gambe. Permangono i conflitti, permane la voglia di fuga. Il fallimento è il refrain del tentativo di essere una buona madre, tra scontri di mondi per loro natura inconciliabili. L’abbrutimento della società aleggia sui conflitti, ma resta a margine, perché possano meglio risaltare le anime cui dà vita Donatella Venuti, accompagnata per tutta la durata del monologo dalla chitarra di Arcadio Lombardo.
E tra il susseguirsi di dialoghi al femminile e qualche pezzo cantato dalla stessa Venuti, l’ulteriore sortita di Shakespeare è un altro lampo di luce sull’amore. Forse troppo veloce per scandagliarne la vera natura. Tutto resta appena sfiorato. Tutto, sul punto di prendere forza, svanisce. E il tutto è forse troppo perché possa aspirare a una rappresentazione convincente. Spiace così che “Cuerpo de alma”, sincero e apprezzabile nelle intenzioni, non sia riuscito a spiccare quel volo che avrebbe reso maggior merito al talento attoriale di Donatella Venturi. Ai suoi intenti programmatici, presumibilmente pregevoli considerata la profonda conoscenza del teatro e l’esperienza sulla scena, non sono di fatto corrisposti i risultati auspicati. Dal sistema scenico non è stato sempre possibile estrapolare le chiavi di lettura del testo, così che tutto è rimasto come sospeso, difettando presumibilmente la funzione calibrante della regia. Si riconosce malgrado ciò a Donatella Venuti il coraggio di mettersi in gioco, di tentare sempre nuove strade, con quella effervescenza che le appartiene e quel talento che, in una sera d’estate, può permettersi generosamente di sprecare.

Donatella Venuti sul palco del Teatro dei 3 Mestieri interpreta "Cuerpo de alma"


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2018

Penultimo appuntamento con “Fuori Scena”, la stagione di teatro all’aperto organizzata dal Teatro dei 3 Mestieri di Messina. Giovedì 16 agosto alle ore 21.30 andrà in scena l’attrice e regista Donatella Venuti con il suo monologo “Cuerpo de alma”. Con questo testo ironico scandaglia la natura oscura dell’amore, dando vita a personaggi contraddittori, sempre in lotta con sé stessi.  Sul palco, Donatella Venuti che sarà accompagnata dalle musiche eseguite dal vivo da Arcadio Lombardo alla chitarra, rivisiterà l’amore giovanile e fatale tra Giulietta e Romeo nella famosa scena dell’Orto dei Capuleti, rielaborata in chiave comica e grottesca con i due personaggi che diventano caricature, un pò naif, come due attori in cerca del ruolo. Una citazione dal Macbeth crea un flash su un’altra tipologia di rapporto amoroso, quella diabolica tra Lady Macbeth e Macbeth; quindi “Cuerpo de mujer” di Neruda rimarca la bellezza e la sensualità dell’amore. Ma lo spettacolo concentra il suo significato, per lo più, nel monologo della donna che racconta la sua esperienza di vita: il rapporto/scontro con la madre e quello attuale con la figlia solo apparentemente idilliaco, cosa che mette in evidenza il trascorrere del tempo, come si è stati e come si è, le battaglie, le responsabilità, le conquiste, i famigerati anni ‘70, cose che ora sembrano disperse nel vento dell’omologazione contemporanea. Affrontando tante situazioni, la pièce vuole, con leggerezza, parlare di sentimenti, soavi, profondi, aggressivi che ci legano agli altri, che danno un senso al nostro percorso terreno, che danno gioia, dolore, felicità, tristezza in questo teatro del mondo dove ci agitiamo, come poveri commedianti, per la breve durata di una piccola candela “che non significa nulla”.

A partire dalle ore 20.30 è in programma un apericena

CUERPO DE ALMA
Scritto e diretto e interpretato da Donatella Venuti 
Con Arcadio Lombardo alla chitarra

Oggetti di scena Franco Lombardo e Giulia Villarmonte
Luci Giulia Villarmonte

Info e prenotazione: 090.622505 - This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.www.teatrodei3mestieri.it

La tecnologia a freddo e la materialità calda dell’attore nell’oratorio techno di Turi Zinna


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2018

Qual è il luogo adatto per accogliere le parole oggi? Quale la maniera di indirizzarle agli altri o di farle rimbalzare sul terreno della comunicazione? Quali sono i mezzi deputati a dar loro consistenza? E le parole possono ancora dipingere la realtà? Troppo labili sono, in questo tempo, i confini tra ciò che effettivamente percepiamo come reale e l’universo virtuale che ci ha fagocitati. Tutto attorno a noi sembra dissolversi. La storia stessa, quel divenire di cui avevamo coscienza, è una trama facilmente alterabile. Permane il bisogno di arrestare il lesto fluire delle cose, ma per far ciò è verosimilmente al presente che ci si deve adeguare. Turi Zinna, nel cortile del settecentesco palazzo Calapaj - d’Alcontres, ha raccontato ieri una storia. Ma non l’ha fatto con le usuali modalità narrative, non ha obbedito alle tradizionali regole che pretendono la ragionata organizzazione di pensieri e parole. Turi Zinna ha posto sé stesso al servizio delle “macchine” che confezionano la realtà, incessantemente sfumandone i confini, e ha provato a governarle. Il fine ultimo la ricostruzione di una infinitesimale porzione di passato. I mezzi, quelli più a portata di mano, appunto.
Così che sulla musica techno e sulle trame delle immagini vi ha adagiato la voce, mentre dipanava la storia. Un cunto nell’era ove tutto passa velocemente, ove l’uomo dimentica. L’arduo tentativo di arrivare agli altri coi suoni e i colori, per restare qualche istante in più e provare a solleticare, a disturbare se necessario.
La storia di Gioacchino il barbiere, torturato per errore dalle squadre fasciste catanesi, è la storia di un mondo che chiede scusa e ringrazia i suoi aguzzini, salvo poi non trovare la strada di casa per tornare a una vita seppellita per sempre dalle botte e fuggire, timidamente sperando in una nuova alba. I discorsi di Benito Mussolini alle spalle, parole mitragliate sul pubblico. Ché, se non basta la storia, gli effetti centrano più facilmente l’obiettivo. E dall’epigrafe delle “Nozze di Cadmo e Armonia” di Sallustio la premessa: “Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre”. Manifesto programmatico della storia nell’accezione vichiana, monito alle coscienze, ora che il tempo reitera le premesse di nuovi conflitti e un Duce può sempre irrompere nelle nostre vite. Gioacchino il barbiere ha bevuto un quarto di litro di olio di ricino, ha la bocca spaccata dai calci, i reni fracassati dalle manganellate, la pancia squassata dai pugni. E ha la morte dentro. È morto dentro. Si aggira alla ricerca di un bagno per i vicoli di quella Catania che nel 1937 era stata imbellettata per il passaggio di Mussolini. Ai profumi di zagara si mischiavano i miasmi della miseria. Lì sarebbe dilagata la guerra. Lì Gioacchino, passando dagli archi della Marina alla stazione e alle ciminiere, ritrovava un po’ di sé. Quello strano senso di libertà e di felicità che provano i bambini, quando non hanno vergogna di niente. La quiete dopo la tempesta, l’illusione di un orizzonte da scorgere tra le macerie di mondi distrutti e mai più ricostruiti, come il quartiere San Berillo a Catania, sventrato negli anni Cinquanta, con la conseguente “deportazione” di circa tremila abitanti. Le palizzate erette per nascondere al duce la miseria sono divenute parte integrante e stabile della sua carne urbanistica. E lì si ergono, a dispetto dei tempi che passano veloci e di un mondo che va di fretta, pretendendo di lasciarsi alle spalle le tracce dei disastri, paradossalmente arando il terreno per accoglierne di nuovi.
A Turi Zinna, cui l’acustica del cortile e la mole di strumenti da governare, in perfetta solitudine, non hanno certo facilitato il compito, va riconosciuto il merito di aver sperimentato inedite forme artistiche, con il coraggio di chi osa. “Il muro – cronachetta drammatronica di una civile apartheid”, diretto da Federico Magnano San Lio, ha mosso le fila da una riflessione sulla drammaturgia contemporanea e di quell’adeguamento al presente con cui, volente o nolente, l’artista deve misurarsi. Si storce sempre il naso sul nuovo, fa parte del gioco. La perfezione formale della tecnologia costruita “a freddo” può sopraffare la materialità “calda” dell’attore, come può esserne sopraffatta. Ci sta che lo spettatore percepisca ora l’inadeguatezza dell’una ora quella dell’altro. Esiti prevedibili delle forme espressive ancora in gestazione, delle sperimentazioni che sono boccate d’ossigeno tra la nebbia nera dell’immobilismo creativo. Con l’oratorio techno di Turi Zinna si chiude il “Il Cortile - Teatro Festival”, diretto da Roberto Zorn Bonaventura con la collaborazione di Giuseppe Giamboi, titolare del ristorante “A Cucchiara”. Grande affluenza di pubblico e un attestato di qualità che si è rinnovato negli anni e che persuade Bonaventura e Giamboi a resistere, tra le mille difficoltà che inevitabilmente incontra chi si spende nel teatro, auspicando semmai quell’attenzione istituzionale fino a questo momento negata.

L’ultimo viaggio di Pirandello, pretesto per rischiararne l’esistenza


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2018

Prosegue la rassegna teatrale e musicale “Promontorio Nord” curata dal regista Roberto Bonaventura e dal musicista Tony Canto che il 6 agosto scorso con “Sette corde a una voce” ha inaugurato il “Capo Rasocolmo Summer Fest”, entro cui la rassegna si inserisce. Capo Rasocolmo è il punto più a Nord della Sicilia e lì si schiude quel magnifico panorama che dal mar Tirreno raggiunge le isole Eolie. Nel boschetto di pini della Tenuta Giostra Reitano, alla luce del tramonto, è stata la volta ieri del monologo “Agrigento, stazione di Agrigento”, che l’autore e attore Gianfranco Quero da anni porta in giro per l’Italia. Una maniera scanzonata, la sua, di raccontare Luigi Pirandello, disseppellendo frammenti di vita che ne hanno segnato il percorso artistico e umano, intercalando brani tratti dalla sua vasta produzione e vivificandone i contenuti, attualissimi in molti casi. Nel far ciò, Gianfranco Quero lascia trapelare tutto quanto il suo amore per lo scrittore di Girgenti, carta vincente di uno spettacolo che non manca mai l’occasione di trascinare il pubblico in quell’universo, piccolo se vogliamo, ove Pirandello ha maturato la sua poetica. Un racconto “a sautari”, che a ogni piè sospinto si serve del dialetto per restituire i colori e le infinite sfumature della terra che diede i natali allo scrittore. Lembo di terra tra l’antica Girgenti e la marina di Porto Empedocle, Caos fu la località che Pirandello decise di abitare per sempre, come aveva espressamente chiesto prima di morire. L’urna greca che accoglie le sue ceneri fu trasportata in treno ad Agrigento, per essere murata in una rozza pietra all’ombra di quel pino marittimo che, solitario, resistette al disfacimento della natura attorno prima d’essere colpito da un fulmine e ripiantato nel 2001.
Parte dal viaggio compiuto dall’urna per raggiungere la stazione di Agrigento il racconto di Gianfranco Quero e non rispetta la fabula, prediligendo piuttosto l’uso di anacronie e digressioni per ottenere effetti narrativi senz’altro più accattivanti.
E l’attore stesso si improvvisa viaggiatore, con tanto di valigia al seguito, come per scortare quell’urna che diventa pretesto per richiamare alla memoria il viaggio esistenziale del drammaturgo, dapprima figlio, poi marito, padre, all’occorrenza anche amante. C’è dapprima il giovane Pirandello a districarsi tra quelle dinamiche familiari che percepisce oltremodo distanti dal suo personale universo. Quindi il suo vagabondare per un mondo che è quella “grande pupazzata” ove ciascuno diventa pupo per conto suo, processo in virtù del quale su questa terra non può mai regnare l’armonia. Infine il marito Luigi, alle prese con la follia di quella giovane donna che il destino aveva scelto per lui e grazie alla dote della quale, fino al disastro economico familiare, aveva potuto senza affanno dedicarsi all’arte. Scorre innanzi agli occhi del pubblico la carrellata di uomini e donne cui presta abilmente voce e corpo Gianfranco Quero, innanzi al suggestivo scenario che si scorge dal promontorio. Le digressioni, numerosissime e all’apparenza accidentali, ricostruiscono buona parte dell’esistenza di Pirandello. Flash a illuminare un istante, un particolare che momentaneamente si priva dell’ombra e contribuisce a formare quel tutto cui mira il lavoro di Quero.
Dalla condizione borghese, dalle miniere di zolfo e dalle tradizioni garibaldine della famiglia, al senso d’estraneità che affliggeva il giovane Luigi, quando non diventava fastidio per quelle campane che suonavano a presagire fischi di treni deputati alla reazione, al drastico cambiamento. Da Palermo a Bonn, dove Pirandello nel 1891 si laureò in Filologia romanza con una tesi su “Suoni e sviluppo di suoni nel dialetto di Girgenti”.
Dall’ombra del pino marittimo ai palcoscenici dei teatri ove obbligava attori del calibro di Angelo Musco e Marta Abba a estenuanti fatiche. Da pagine e pagine di romanzi, novelle, poesie e teatro a quell’ultimo capolavoro, incompiuto, che è “I giganti della montagna”, a conclusione della fase dei miti verso cui aveva virato la sua produzione drammatica. A margine dello spettacolo, vita e forma, maschere, la spersonalizzazione nella società, le trappole in cui si dibatte l’individuo, prima fra tutte la famiglia; ancora la fuga, la ricerca di quella condizione metafisica che è salvezza, la filosofia del lontano per cogliere l’inconsistenza, la totale mancanza di senso. Di traverso, a tagliare ogni cosa, l’umorismo, mai nominato eppure adoperato costantemente sulla scena, senza mai calcare la mano. Ché Gianfranco Quero sceglie bene i tempi del racconto, tra le accelerazioni e i rallentamenti che richiedono i viaggi, reali o visionari che siano.

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