Miseria e nobiltà nel pregevole adattamento di Arena e Melchionna

Al teatro leggero francese Eduardo Scarpetta cucì addosso gli abiti, il più delle volte sdruciti, di quella Napoli entro cui la crisi di valori della borghesia di fine Ottocento si trasformava in farsa e metteva in scena, farsescamente appunto, le miserie del vivere.
Felice Sciosciammocca è la maschera napoletana più celebre di quel teatro, legato ai rodati meccanismi di certa criticata comicità francese, al quale il tempo diede invece ragione. Non è un caso, infatti, che “Miseria e nobiltà” sia uno degli spettacoli più riusciti e fortunati, nella molteplicità di adattamenti e riscritture, del panorama partenopeo che raccolse l’eredità di Antonio Petito.
A chiudere gli occhi, Felice Sciosciammocca ha il volto di Totò che mangia famelicamente spaghetti nella preziosa pellicola di Mario Mattoli. Era il 1954, era il cinema a colori. Nel cast, al fianco di Antonio de Curtis, per citarne alcuni, Dolores Palumbo, Enzo Turco, Valeria Moriconi, la giovanissima Sofia Loren e Carlo Croccolo, scomparso il dodici ottobre scorso.
Facile rimpiangere Totò, inevitabili i confronti tra mondi creativi e concezioni sceniche diversissimi che hanno scelto di misurarsi con il teatro di Scarpetta. Eppure l’adattamento di “Miseria e nobiltà” operato da Lello Arena e Luciano Melchionna ha tenuto testa, con onore, ai migliori lavori del passato, nobilitando ancora il testo nell’ottica di una migliore ricezione del pubblico.
Un allestimento originale per dispiegare in due atti la farsa del vivere che accomuna miseri e nobili, divisi scenicamente su due piani ma destinati a mescolarsi per quella maestosità semantica del “fare” che diventa espediente del sopravvivere.
La trama, ai più nota, si dipana nei due atti sorvegliati dall’equilibrata regia di Melchionna, il cui sguardo sensibile fornisce la chiave di lettura squisitamente umana di una commedia dai toni grotteschi e, per certi versi, surreali.
All’estro di Roberto Crea si devono la modesta dimora dei miseri e l’elegante residenza dei nobili, drammaturgicamente destinate a confondersi nella sostanza.
Stravaganti i costumi di Milla, che osa nel particolare e non si sottrae al compito di calcare la mano sull’outfit sgargiante dei nobili per rimarcarne i tratti caricaturali, in perfetta sintonia con gli altrettanto funzionali espedienti registici che ne esasperano i tic, le stranezze.
Le musiche degli Stag costituiscono la colonna sonora dello spettacolo. Sono dosate, mai ingombranti, e ben si sposano, non rinunciando talvolta a sparigliare le carte, ora con l’atmosfera tetra della miseria ora con quella sgargiante del salone che accoglie sciocchi parvenus.
All’equilibrio globale del lavoro concorre un cast inappuntabile. Lello Arena possiede le doti richieste dal personaggio e, senza mai strafare, consegna al pubblico uno Sciosciammocca che non fa rimpiangere gli illustri interpreti del passato. La presenza in scena degli attori è energica e il rapporto con la platea fugge l’esibizionismo, la ricerca a ogni costo di quella risata che pure non manca all’appuntamento con la farsa imbastita da Scarpetta.
Necessari riconoscimenti, in ordine sparso, a Giorgia Trasselli, nei panni di una meravigliosa Concetta, ad Andrea de Goyzueta (Pasquale), Carla Ferraro (Bettina), Fabio Rossi (Marchese Ottavio Favetti), Luciano Giugliano (Gaetano), Maria Bolignano (Luisella), Raffaele Ausiello (Eugenio), Marika De Chiara (Gemma), Irene Grasso (Pupella), Sara Esposito (Luigino), Alfonso Dolgetta (Vicienzo) e, dulcis in fundo, all’acrobatica, travolgente, sorprendente Veronica D’Elia, Peppeniello d’eccezione.
La produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro è giunta a Messina grazie all’agenzia messinese Euphonya Management. Due repliche, ieri e oggi, per un classico del teatro napoletano che sbatte ancora in faccia la fame, declinata negli infiniti sistemi eccentrici, più o meno biechi, per combatterla.