L’universo pirandelliano che si presta alla finzione e diventa poesia

Sold out al teatro Dei 3 Mestieri in occasione dello spettacolo “Pupi siamo” con Gianfranco Quero e Marco Natalucci. Un’elaborazione drammaturgica che ha inteso restituire frammenti dell’universo esistenziale e artistico pirandelliano, sottoponendoli al giogo della più composta e riguardosa ironia. L’adattamento scenico e la regia di Gianfranco Pedullà, lungi dalla pretesa di esaurire un discorso che la critica letteraria ha affrontato tutte le volte monograficamente e alla quale si intreccia la pura e altrettanto articolata biografia, ha giocato piuttosto sulle digressioni per ricostruire il passaggio dell’uomo e dello scrittore di Girgenti su questa terra che ne custodisce gelosamente le tracce. 

Scopo precipuo del teatro è quello di individuare i chiaroscuri delle cose, tutt’al più di spargere indizi o di pungolare o di aprire varchi altrimenti trascurati. Pretendesse di ricostruire vite unicamente su basi documentarie scadrebbe nel mero prodotto audiovisivo di carattere culturale e informativo. Non sarebbe teatro insomma.

“Pupi siamo”, alla cui riuscita contribuisce la verve attoriale di Quero e Natalucci, trascina lo spettatore nei luoghi ove Pirandello ha maturato la sua poetica e ne restituisce i colori, veri o supposti che siano. Si comincia da quel lembo di terra tra l’antica Girgenti e la marina di Porto Empedocle che fu Caos, la località eletta a dimora eterna da Pirandello. L’urna greca che accoglie le sue ceneri fu difatti trasportata in treno ad Agrigento, per essere murata in una rozza pietra all’ombra di quel pino marittimo che, solitario, resistette al disfacimento della natura attorno prima d’essere colpito da un fulmine e ripiantato nel 2001. 

Caos è il luogo di Luigino a corto di una figura paterna cui umanamente ispirarsi. Caos è il mondo da cui partire, per tornarvi cenere. Dopo aver a lungo vagabondato per un mondo che è quella grande pupazzata: “Pupi siamo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti. Ognuno si fa pupo per conto suo: quel pu­po che può essere o che si crede d’essere”.  E sono pupi che recitano all’infinito la propria parte. 

Tra una digressione e l’altra, il matrimonio che il destino aveva apparecchiato per lui. La possibilità di dedicarsi all’arte senza affanno, poi il disastro economico, infine la follia e il dramma di dormirci accanto tutte le notti. La condizione borghese, le miniere di zolfo, le tradizioni garibaldine della famiglia, Palermo e Bonn, l’ombra del pino marittimo e i palcoscenici dei teatri ove obbligava attori del calibro di Angelo Musco e Marta Abba a estenuanti fatiche. Pagine di romanzi, novelle, poesie e teatro fino a quell’ultimo capolavoro, incompiuto, che è “I giganti della montagna”, a conclusione della fase dei miti verso cui aveva virato la sua produzione drammatica.  Quero e Natalucci sfiorano tutto questo, con discrezione ed eleganza, in qualche caso affondandovi le mani. E, quel che è bello, danno l’idea di divertirsi, ora accelerando ora rallentando su quel tracciato esistenziale di rettilinei e tornanti che è un invito a nozze per il teatro che aveva in mente Quero a monte del progetto. 

“Pupi siamo”, sulla scorta della lezione pirandelliana, mescola vita e forma, non disdegna l’uso di maschere e non nega per un solo istante la spersonalizzazione sociale, l’esistenza di trappole disseminate lungo il percorso dell’individuo, prima fra tutte la famiglia. È dunque una fuga costante, è la ricerca d’una condizione metafisica che dribbli la realtà a costruire l’orizzonte di salvezza pirandelliano. I costumi e gli oggetti di scena di Rosanna Gentili, messi talora in risalto dalle luci di Marco Falai, rispondono all’esigenza di sospensione che avvertono parimenti uomini e teatro, quando anche la concretezza del reale si presta a spegnersi nella finzione, per diventare poesia.