Riugghiu di feri nell’universo marino raccontato da Gaspare Balsamo

Nell’incantevole scenario della Tenuta Rasocolmo, per il terzo anno consecutivo, gli spettacoli all’imbrunire della rassegna teatrale. La direzione artistica di Roberto Bonaventura anche quest’anno ha inteso dare spazio a certo teatro siciliano. E sono storie legate alla nostra terra quelle che si mischiano ai colori del tramonto sul mare, per ammirare il quale occorre passeggiare, respirandone i profumi, lungo il vigneto dell’antica tenuta. 

In scena ieri “Epica fera” di e con Gaspare Balsamo, interessante riscrittura in forma di cunto del romanzo Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Solo voce e corpo, nel ritmo sincopato di antica tradizione, per spalancare mondi lontani popolati di personaggi che costituiscono il nostro patrimonio collettivo. Allievo di Mimmo Cuticchio e oggi uno dei maggiori rappresentanti del cunto della nuova generazione, Gaspare Balsamo ci riporta al tempo in cui la fera (il delfino), ‘nfamuna, bastarda e bistinu, e i cariddoti/pellisquadra (i pescatori) si contendevano le acque dello Stretto. Una lotta per la sopravvivenza che troppo spesso diventava questione personale e assumeva le proporzioni abnormi della battaglia tra cristiani e saraceni che mette in relazione cunto e opera dei pupi. Magonzesi sono allora le fere e vanno scannate. Sarebbe bastato assicurare a una sola la morte lenta perché tutte le altre fossero costrette a riconoscere il dominio sul mare dei pescatori. Eppure a qualcuno disturba l’esecuzione dilettantesca del delfino. L’eccellenza dalla faccia squadrata e dall’aria pumpusa, col suo codazzo di fascistelli camicie nere e pappagalli, mira piuttosto all’esecuzione in piena regola dell’animale. Un caricatore in testa, esercizio di potere sotto gli occhi della gente semplice e di chi uccide le fere all’unico scopo di campare.

Dentro la miserevole cornice del regime, Gaspare Balsamo colloca la storia di Crocitto, il pescatore di Spadafora che non aveva nozione dei delfini (i pescatori sanno la cosa, non la parola); quella del Signor Cama, il vecchio pescatore che conosceva tutte le razze di pesci e fere, dalle scartine ai carichi da undici. E lì si inserisce la carrellata degli abitanti di quell’universo marino egregia metafora della terra che abitiamo. Lì le fere portano addosso i segni delle battaglie, lì le fere fanno carneficina del povero pescespada. Ché quello non è il mondo che concepiamo coi piedi piantati per terra. E lì i contorni sfumano, insieme alle cose, ai nomi, al bene e al male e alla vita stessa che si consuma sul campo di battaglia più feroce che possa esistere: lo Scill’e Cariddi. 

L’amplificazione dei fatti e la forza che il cuntista imprime al racconto, nella cifra stilistica che più gli appartiene, rapiscono in fretta lo spettatore. L’orizzonte che gli si schiude innanzi è mitico e contestualmente umano. Ha un tempo ma pure una dimensione che lo sottrae al recinto cronologico. Però vive, e non potrebbe vivere altrove, d’uno spazio suo, lo stesso sul quale posa lo sguardo il cielo di capo Rasocolmo e affonda le mani il sole, al suo congedo.