L’operetta di Franz Lehár che gioca sulle crisi dei paesi nell’adattamento di Vitale

Con “La vedova allegra” di Victor Carlo Vitale cala il sipario sulla stagione 2018/19 del teatro Vittorio Emanuele di Messina.  L’operetta per eccellenza, prodotta dallo stesso Ente a chiusura di un cartellone che ha inteso offrire al pubblico un ventaglio variegato di proposte del repertorio classico e contemporaneo, risponde all’urgenza di mantenere in vita un genere che possiede grande dignità artistica, attualmente sostenuto da poche caparbie compagnie che vi si dedicano.

Intatta la trama e appena asciugato il libretto di Victor Léon e Leo Stein, l’adattamento di Vitale ha rispettato appieno la tradizione che esige tre atti di leggerezza, lieto fine, scene e costumi di gran pregio, bel canto. Piccoli aggiustamenti hanno altresì reso il testo originale, musicato da Franz Léhar, più godibile e adatto a un pubblico anagraficamente meno legato all’operetta.

Nella tradizionale ambientazione parigina, la ricca vedova Hanna Glawari, interpretata dal soprano Maria Francesca Mazzara, è il perno attorno cui ruota l’intera vicenda. Ella stessa, tra un valzer e un can can, ha in mano le sorti del Pontevedro, economicamente in crisi. Sembra mettersi di traverso l’amore, vittima di malintesi e schermaglie, per certi versi abusato, salvo poi trionfare sul finale, quando già si preannunciano le nozze tra la vedova Galwari e il conte pontevedrino Danilo Danilovich, interpretato dal tenore Federico Veltri.

Un cast giovane ma di valore, sul quale si erge, dispensando ironia e buonumore, il conduttore del Ruggito del Coniglio Giancarlo Ratti nel ruolo di Njiegus. Tra gli altri, Manuela Cucuccio (Valencienne), Marco Miglietta (Camille de Rossillon), Paolo Buffagni (il barone Mirko Zeta), Alessandro Vargetto (Cascada), Riccardo Palazzo (Raoul de Saint Brioche), Alberto Crapanzano (Bogdanowitsch), Davide Scigliano (Kromov) e Francesca Morabito (Olga). Tutti hanno abilmente mescolato il canto al recitato e condotto per mano il pubblico dentro quella scatola magica che è il teatro, a dispetto d’ogni pregiudizio di genere.

A dirigere l’orchestra del teatro Vittorio Emanuele il direttore Giuseppe Ratti. Il coro lirico Francesco Cilea è stato diretto da Bruno Tirotta.

Regia e luci di Victor Carlo Vitale, vero e proprio maestro del genere; costumi della Sartoria Pipi; coreografie e aiuto regia Eugenio Dura; aiuto coreografo Silvia Di Pierro.

Una produzione importante che il pubblico ha di fatto apprezzato, scortando con interminabili applausi l’uscita degli artisti.

Sulla stagione appena conclusasi, segnata dai tagli della Regione e dagli scontri sulle nomine della governance, i direttori artistici del teatro Vittorio Emanuele Matteo Pappalardo e Simona Celi faranno presto un bilancio.

Si continua ad auspicare, posto che la speranza sia sempre l’ultima a morire, che nel predisporre il prossimo cartellone la direzione artistica dello stabile cittadino decida di gettare uno sguardo anche sugli operatori del teatro locali, quelli stessi che ottengono prestigiosi riconoscimenti internazionali e che pure a Messina continuano a essere ignorati.

Una risposta a “L’operetta di Franz Lehár che gioca sulle crisi dei paesi nell’adattamento di Vitale”

I commenti sono chiusi.