Cleopatra, un’anima predestinata e intimamente ribelle

Grande performance di Carmen Panarello ai Magazzini del Sale. L’attrice messinese dà ampia prova del suo talento interpretando quella Cleopatra piccolo borghese e per certi versi nevrotica sgorgata dalla penna di Gianni Guardigli.
Siamo a Rimini e ce lo ricordano una vecchia sdraio e quel turchese delle sedie e dei cavalletti in legno che sa di mare. Su uno di questi sta abbarbicata lei, Cleopatra, e farfuglia parole solo all’apparenza prive di senso. Occorre infatti chiudere il cerchio su una eloquente porzione di vita per riuscire, anche solo parzialmente, a comprenderle.
Cleopatra parla, parla e parla. La cadenza è quella romagnola. Ed è calda, trasuda accoglienza, scialacqua quel po’ di ironia necessaria a rendere meno indigesto il disagio. Ché di disagio trattasi quando la vita ti si mette di traverso e tu fatichi a raddrizzarla.
Cleopatra ha un regno tutto suo ed è l’Hotel del Lido che ha costruito partendo dal piccolo bar ereditato dal padre Tolomeo. Gli ospiti vi giungono dai luoghi più disparati e ciascuno porta con sé pezzi di terre che la donna fatica ad apprendere. Tra gli altri, Munir, un siriano di cui la donna si innamora. “Occhi tristi e neri che le scrivevano dentro, che le mettevano dentro dei panorami che non finivano mai”. E l’amore, si sa, scompiglia la vita.
Un legame da difendere e un sentimento tutto da vivere nel mondo edificato da Cleopatra sui resti d’una infanzia ancora da decifrare. Bambole prestano orecchie ai suoi sproloqui e non replicano, non giudicano, non osano riportarla a quella realtà che voci e sconosciuti le sbattono in faccia spietatamente.
L’universo di Cleopatra è piccolo piccolo. Di contro, Munir ha negli l’orrore più vasto che vi si possa schiudere innanzi: la guerra. I suoi ideali di libertà fanno da contraltare alle anguste urgenze di Cleopatra: i pavimenti lucidi dell’hotel, una passeggiata a fianco di Munir, un caffè da sorseggiare sulla sdraio riversando malessere su incolpevoli tazzina e piattino.
Nomen omen e non poteva toccare a Cleopatra destino migliore. “Se uno ha una croce attaccata addosso se la porta dietro per tutto il calvario della vita”. Il cerchio della sua breve esistenza si chiude infatti laddove lo spettacolo era cominciato: su quel cavalletto che è il parapetto del ponte Marano dove si radunano le rondini, prima di spiccare il volo verso i paesi caldi. E da dove la donna presumibilmente sta per spiccare il suo ultimo volo.
Non si può dire se vittima del fato o di se stessa. Diversa però, al cospetto del mare che si prepara ad abbracciare, da quel che era. Ora che sa, avendone appreso uno solo, quanti destini affollino l’universo.
La drammaturgia di Gianni Guardigli, sul solco di quella shakespeariana che ha tessuto le trame della regina d’Egitto e del suo Antonio, sintetizza in un monologo l’universo femminile tutto, scavando a piene mani in un’anima predestinata e, malgrado ciò, intimamente ribelle. Quella ribellione che si misura nei gesti, nei movimenti delle mani, degli occhi, finanche delle dita dei piedi, ma che innanzitutto è logos, verbum, parola. Ciò senza cui nulla sarebbe esprimibile, men che meno vivibile.
Il monologo di Cleopatra traduce di fatto il bisogno dell’uomo di produrre parole che possano vivificare o uccidere o esorcizzare le cose. I veli e il palo di ombrellone che tiene in mano, sul profluvio di parole, finalmente acquistano un senso. E sono il bandolo della matassa di un destino, strattonato dal sogno e dalla realtà, che pure si compie su un orizzonte distante da entrambi.
A Cleopatra non sono serviti i pensieri, volati via come beccacce dal nido al suono di passi; non è servita né l’emotività coltivata sin dall’infanzia né il rifiuto di quella superficialità che avrebbe dovuto alleggerirle il peso di quella “cacatina di mosca” che è la terra. A Cleopatra sono tornate utili solo le parole, quelle meravigliose parole grazie alle quali puntare diritto il destino e finalmente consegnarglisi.
Supervisionato da Giampiero Cicciò, “Cleopatra” è un monologo dapprima sussurrato, poi urlato e tuttavia destinato a spegnersi nel silenzio. In mezzo, doti attoriali non comuni, ogni centimetro quadrato di pelle a muoversi, ogni corda vocale a vibrare, non un solo respiro buttato lì a caso.