La labilità del confine tra il bene e il male nella drammaturgia di Auretta Sterrantino

Con il secondo capitolo della Trilogia dedicata ai Traditori o Portatori di colpa si chiude la rassegna “Atto Unico. Scene di vita, vite di scena”, a cura di QA-QuasiAnonimaProduzioni. Il nuovo format della VI stagione, incentrata sul tema del tradimento, ha funzionato. A ciascuno dei cinque spettacoli sono seguite tavole rotonde di approfondimento cui hanno partecipato giornalisti, critici, studiosi e teatranti. Una maniera di affondare lo sguardo sulle cose, di rinvenirne l’essenza o semplicemente i misteri che le ammantano. Ampio spazio riservato ai giovani, con la partecipazione degli allievi attori e degli attori diplomati all’Accademia d’Arte del Dramma Antico della Fondazione Inda di Siracusa e alla Nico Pepe di Udine. Vi si aggiunga l’Osservatorio Critico diretto da Vincenza Di Vita e rivolto agli studenti dell’Università di Messina.

Alle celebri figure di Riccardo III, del Ministro dei temporali, di Ulisse e Caino, scelti per scandagliare i fondali dell’umanità tutta alla luce del tradimento sul quale si incentrava la stagione, si è aggiunto ieri Giuda, la cui natura biblica che lo accomuna a Caino è stata indagata attraverso la lente di ingrandimento del teatro. Un approccio laico quello di Auretta Sterrantino, anche stavolta nella duplice veste di autrice e regista, grazie al quale guardare al personaggio con nuovi occhi e altrettanto inedite prospettive. Il teatro mette del resto a soqquadro molte delle certezze consapevolmente o meno acquisite, sfuma i contorni e omaggia lo spettatore di luci e ombre, essenziali entrambi per approdare a sempre nuovi universi. 

“Giuda. Ed era di notte” è il dramma di un uomo e del suo doppio nell’atto di assolvere al più arduo compito mai assegnatogli. Giuda, nell’arcana amplificazione dei sensi che lo staglia in una dimensione oltremondana, possiede una conoscenza misteriosa che tuttavia non lo sottrae ai secolari  dubbi, fragilità, paure. Prima che tutto abbia inizio, come su un ring, si affrontano i tre personaggi della storia. Sono Giovanni e Pietro a sorreggersi vicendevolmente. Quando cadono, l’uno con l’aiuto dell’altro, si rialzano. Giuda li fiacca, sfiorandoli appena. Ma Giuda è solo, almeno sul limitare dello spazio ove è scritto si compia il loro destino. Scale, cubi, rotoli accolgono dunque le tre anime atte a confrontarsi su una verità tutta da costruire. L’allestimento di Valeria Mendolia gioca più di tutto sulla polisemia bianco, colore che nulla esclude e che fonde i tre esseri e le personali venature della loro sostanza nelle tuniche esangui, immacolate, bianche per l’appunto. 

Tra sei, solo una mano trema ed è la mano destra di Giuda. Egli stesso la guarda, presumibilmente la supplica, ma non la controlla. “Giuda non provi vergogna?”. Ora la contesa ha traslocato sul versante del logos ed è parola e pensiero, armonia e divenire, verbo di Dio che si è fatto carne. Giuda porta negli occhi la paura, brama la solitudine, sa e non vorrebbe sapere. “Accade, cade, si alza, si solleva / Il moto perpetuo si rinnova senza tregua / Nell’eterno che immortala il principio universale / Conosci il bene e il male”. Tutto di continuo si scompone e ricompone, per scomporsi ancora e perdersi tra i rivoli di una verità sempre parziale. Nell’attimo stesso in cui ciascuno prova a interpretarla, la comunicazione è irrimediabilmente corrotta. La liturgia della parola scorta i riti e prevede la parola di Dio, filtrata dalle orecchie e dal cuore di chi l’ha udita. La liturgia eucaristica ante litteram si serve di foglie spezzate, offerte al cielo, quindi sparpagliate. Tutta la messinscena è una liturgia e, come tale, chiama in causa tavole e numeri attei a svelare i misteri grazie ai quali, solenne, si erge. 

Giuda è traditore o tradito? Giovanni e Pietro sono o non sono i suoi fratelli? Vige o non vige sulla terra il libero arbitrio? E si può tradire per onorare? A queste e a molte altre domande confusamente s’affannano a dare risposta i tre uomini, confutando e confutandosi, cadendo di continuo in contraddizione. Pur sempre nel nome di Gesù, nell’amore di Dio, nell’assoluto rispetto per la fede. Il destino di Giuda sembrerebbe segnato. Giuda può essere un “portatore di morte”, colpevole ab origine. E Giuda soffre. Che tradisca Gesù o la parola di Dio o entrambi o se stesso, Giuda è un traditore. Così, un denaro dopo l’altro appiccicatogli in fronte, si compie il destino di un uomo solo, costretto a rinnegare l’amore. L’ultima ribellione al destino è un tentativo disperato che si infrange nella freddezza di Giovanni e Pietro. E Giuda è costretto, legato. Non gli resta che consegnare la morte e poi sentirne, chiodo dopo chiodo, il dolore. Giuda, in definitiva, è stato chiamato a peccare e ha peccato. Per quest’uomo nessuna redenzione, dopo la foglia che cade, dopo quella notte. Abbattuti i confini tra il bene e il male, legittimata la crudeltà. Tutto congegnato da un volere supremo e dall’uomo che di quel volere interpretato si è fatto l’interprete nei secoli dei secoli. 

È su queste trame intricate che Auretta Sterrantino, assistita da Elena Zeta alla regia, ha dispiegato le ali di una scrittura sontuosa, come richiedeva la solennità dell’evento. Riconoscibile il suo stile e anche stavolta permeato di quella classicità capace di valicare spazi e tempi. Negli occhi la tragedia greca e a un palmo di mano il presente, tutto ancora da indagare. Preziose alleate, nella messinscena del dramma, le musiche originali di Filippo La Marca e Vincenzo Quadarella. Agli attori Danilo Carciolo (Pietro) Michele Carvello (Giuda) e Martina Cassenti (Giovanni) si riconosce il merito di aver lavorato alacremente su se stessi per restituire tre anime dai risvolti ambigui, contraddittori, con tutto ciò squisitamente umani. Carvello ha inoltre assunto su di sé il carico di Riccardo III e di Abele dei precedenti drammi portati in scena. Non avrebbe potuto essere altrimenti del resto. Il patto misterico che lega questi tre discepoli strattonati dal destino si estrinseca nell’armonia degli sguardi, dei singoli movimenti di questi attori capaci di cercarsi e respingersi senza mai perdersi di vista. 

Alla tavola rotonda, moderata dal critico Vincenza Di Vita, ospite d’onore il prof. Antonio Meli, ordinario di Scienze della Comunicazione presso l’Istituto San Tommaso di Messina e aggregato presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, cui si deve un prezioso contributo sul valore catartico della liturgia tout court e conseguentemente della messinscena di Auretta Sterrantino. Il prof. Mieli coglie altresì una profonda analogia tra il copione recitato dagli attori e il copione eterno scritto da Dio e al quale deve attenersi Giuda, vittima inconsapevole al pari dell’Edipo Re sofocleo e come lui profondamente umano. Si discute a lungo sul concetto di colpa, di libertà, di giustizia. Giuda, tra le molteplici chiavi di lettura del personaggio fornite durante la tavola rotonda, potrebbe finanche essere un provocatore, un rivoluzionario che si illude di adoperare la violenza per accelerare il cambiamento. Anche in questa occasione, il lavoro di Auretta Sterrantino ha fornito molteplici spunti di conversazione, suggerito delicatamente prospettive, figurato possibili sguardi, nell’assunzione costante della responsabilità del pensiero che prelude all’atto teatrale. 

“Atto Unico. Scene di vita, vite di scena” stagione 2018/2019 termina qui. Ma il teatro resta, il teatro è necessario. Il teatro è davvero l’ultima roccaforte delle più scomode verità. E per il teatro, per la verità non smetterà mai di adoperarsi QA-QuasiAnonimaProduzioni.