“I miserabili” di Franco Però sul solco della più rassicurante tradizione teatrale

Mantenuti intatti i contenuti, ma variata la struttura nella riduzione scenica del capolavoro di Victor Hugo operata da Luca Doninelli. Gli strumenti garantiti dalla drammaturgia hanno di fatto permesso la ricostruzione de “I miserabili”, nel rispetto delle tematiche originali cui la messa in scena si è subordinata.

La riflessione etica che ne deriva e che si incentra sulla dicotomia legge/giustizia è del resto attuale, tanto più che oggi, come al tempo di Hugo, il divario sociale che separa l’universo dei potenti dagli angoli bui entro i quali sono confinati gli umili si è di fatto ampliato.

La vicenda di Jean Valjean mette in discussione molti luoghi comuni della società francese ottocentesca, come di quella attuale d’ogni dove. L’uomo è un gigante che sfugge, nel suo fare, a ogni catalogazione di sorta e che pure restituisce, nel suo essere, la drammaticità interiore di un’anima naturalmente votata al bene. Non è una storia di redenzione, piuttosto la distruzione, pagina dopo pagina, delle etichette prodotte da una società miope che deve a tutti i costi separare i buoni dai cattivi.

La visione manichea della vita, che attraversa i secoli, trascura dunque il particolare e la vera essenza di ciascun individuo, fosse anche l’ultimo miserabile dei bagni penali, delle fognature o dei più degradati sobborghi parigini. Lì si inseriscono i drammi di Fantine e di Eponine, l’amoralità dei Thénardier, il candore sentimentale di Cosette.

Esaurire in due atti, per complessive tre ore, un classico della letteratura corposo e tracimante di storie, senza rinunciare agli aspetti di rilevante importanza che soggiacciono alla volontà dell’autore è un‘ambiziosa e complessa operazione che presuppone scelte e rinunce ben ponderate. A Doninelli si riconosce pertanto il merito di non aver tradito quello schema originale sul quale Franco Però ha poi impresso un’impronta registica classicheggiante e altrettanto riguardosa nei confronti della tradizione letteraria cui appartiene Hugo.

Una regia sobria che si nutre dei chiaroscuri dell’anima d’ogni personaggio ben si inserisce nel quadro visivo congegnato da Domenico Franchi, al quale si deve la scelta vincente dell’essenzialità della scena: pannelli atti a riprodurre muri degradati dal tempo, grigi come grigi sono i contorni dell’umanità che dentro e fuori da essi brulica. Pagine di libri, si direbbe, che gli stessi attori scorrono tra un episodio e l’altro della storia, in una generale armonia e nel pieno rispetto dello spazio evocato dalla scrittura.

Grande professionalità del cast, pur nella varietà delle doti fisiche, tecniche e psicologiche degli attori che lo compongono. La recitazione accademica, le pronunce ricercate e il flutto sofisticato dei livelli vocali risultano tuttavia alquanto distanti dalle attuali esigenze estetiche del pubblico, che fatica a instaurare una complicità affettiva con i personaggi.

La presenza di Franco Branciaroli, nei panni dell’indimenticabile Jean Valjean, sfrutta del resto agevolmente l’ingenuità dello spettatore a vantaggio del proprio indiscusso carisma, abbandonandosi a virtuosismi e compiacimenti che raccolgono un’eredità mattatoriale destinata a perdersi.

A strappare lunghi applausi, dopo una maratona teatrale che mette a dura prova il pubblico del Vittorio Emanuele, sonnacchioso e distratto in taluni momenti dello spettacolo, oltre a Branciaroli anche Francesco Migliaccio, il quale ha reso appieno il tormento dell’ispettore Javert.

Accanto a loro, presenze altrettanto energiche sulla scena, Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo.

“I miserabili” di Franco Però piace molto a chi ama il teatro tradizionale, a chi predilige la correttezza grammaticale e sintattica del linguaggio scenico, a chi si sottrae all’adesione individuale all’atto teatrale e assiste più volentieri al rito collettivo. Soddisfa meno, invece, chi a teatro ha bisogno di scorgere l’adesione personale dell’attore al personaggio, immediata, informale, sporca quanto si vuole, ma vera. Chi vuole insomma sottoporsi a quella operazione, cui alludeva Artaud, che coinvolge spirito, sensi e carne, che genera un grido, che stupendamente scuote.