La rivisitazione tragicomica di Stevenson nei mille volti di Fabrizio Paladin

Lo spettacolo “Dr Jekyll e Mr Hide. The Strange Show” ha già vinto la seconda edizione del Premio Internazionale Calanchi ed è stato selezionato al Roma Fringe Festival 2015, in occasione del quale Fabrizio Paladin ha peraltro ricevuto la nomination come migliore attore. 

L’accoglienza al teatro Dei 3 Mestieri dell’attore, drammaturgo, regista, insegnante e insegnante trevigiano classe ‘75 è stata dunque quella che si riserva agli artisti con un curriculum d’eccezione. Sulle sedie coi cuscini rossi si accomodavano uno a uno gli spettatori, scrutati dagli occhi dello stesso Paladin, al quale competeva fare gli onori di casa e rompere il ghiaccio prima che cominciasse lo show. 

Tant’è che al racconto gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson si arriva dopo una fase di “riscaldamento”. Lì c’era già tutto Paladin, vero e proprio mattatore sulla scena, capace di assumere su di sé, per intero, il peso della policroma narrazione di una storia e quello, ben più greve, dell’operazione che la dispensasse dall’ingombro marcatamente letterario e l’assoggettasse piuttosto all’esigenza inderogabile di una leggibilità teatrale. 

Farcita di intermezzi faceti, frutto in taluni casi d’una genuina quanto esperta improvvisazione, senza forzatura alcuna si consumava il dramma di un’unica mente scissa tra il bene e il male. 

Fabrizio Paladin, cui non si addice l’economia di risparmiarsi sulla scena, era allo stesso tempo Jekyll, Hyde, Utterson, Lanyon, Poole. Tutti personaggi che, coi loro precipui vezzi e ghiribizzi, magistralmente rimarcati dall’attore, abitavano gli spettrali anfratti londinesi concepiti da Stevenson. 

Le luci scortavano il farneticante percorso di Paladin e assolvevano una funzione di fatto scenografica, ora adombrando un ambiente ora illuminando una strada, ora sostituendosi a una lampada da lettura qualunque. 

Accompagnava al pianoforte lo show il composto Loris Sovernigo, silenziosa spalla che assecondava e talora rimetteva in riga l’irrefrenabile Paladin, col quale si intendeva alla perfezione. 

Scomposto in mille piccolissimi pezzi il romanzo, quasi gettato via, la verve tragicomica dell’attore trevigiano reggeva da sola l’intera impalcatura teatrale, mescolando commedia dell’arte e puro divertissement, in nome della quale Paladin metteva al servizio di un dramma polifonico ogni centimetro cubo di sé. 

Nessun cambio di scena che non fosse scherzosamente mimato prima, che non comportasse un cambio drastico o accennato di registro, un accorgimento stilisticamente funzionale. Tra artificio e ostentazione, tra l’istinto a fare sul serio e quello di giocare. Tutto pur sempre enfatizzato, sopraelevato e contemporaneamente alleggerito dalle note a margine del generosissimo Paladin. 

Quando esplode il conflitto di Jekyll e Hyde l’attore dimostra d’essere all’altezza dell’arduo compito che ti assegna tutte le volte il teatro: quello di destrutturarti al punto tale d’essere te e mille altri che neppure lontanamente ti assomigliano. Lì dimora il vero talento. Solo allora persuadi il pubblico di aver dato non già quello che sapevi, ma ciò che realmente volevi, scegliendo tra un ampio ventaglio di alternative, tra una folla di te drammaturgicamente possibile.