La giostra emotiva di Van Gogh con il garbo e la maestria di Blas Roca Rey

Appena due leggii e una sedia sul palco di palazzo Calapaj – D’Alcontres, al terzo appuntamento del Cortile Teatro Festival (seconda parte). Non servono del resto grandi apparati scenici quando si intende dar voce a un’anima. Allora il Vincent Van Gogh che si ricava dal carteggio tra l’artista e il fratello Theo si dispiega nello spazio e di irrequietezza letteralmente satura l’aria.

Tanto nelle note sparse dal flauto del maestro Luciano Tristaino quanto nelle parole che Blas Roca Rey ha liberamente adattato alla scena si palesa il moto ondoso della mente del pittore olandese. Ché è tutto un dosato salire, per poi ridiscendere. È il vortice al quale non si scampa, malgrado fugaci istanti di speranza. È il dramma dell’artista che trova sé stesso nei colori della tavolozza e poi si perde nelle monocromie del quotidiano.

Sono otto anni di lettere a Theo, dal 1882 al 1890, quelli sui quali si sofferma Blas Roca Rey. Dentro vi si dispongono, alla rinfusa, richieste di denaro, racconti, gratitudine, allucinazioni, ira. La mente è instabile e Van Gogh è destinato a dondolare tra sprazzi di lucidità e momenti di totale abbandono al delirio.

Non v’è ristoro in ogni luogo. E le prostitute di Anversa, da cui il pittore trae profonda ispirazione, sono dapprima rimpiazzate da quei sobborghi parigini che evidentemente non lo aggradano, poi dalla ben più familiare Arles. Lì si può ancora trovare la luce dell’esterno e dell’illuminazione interna: una parentesi artisticamente feconda, una gamma cromatica luminosa anticamera degli ambienti asfittici dell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy.

Nella descrizione degli altri pazienti l’occhio vivo dell’osservatore che prefigura le sue tele e ne reclama i colori. In testa già la morte: la consapevolezza che a ciascuno tocca spegnersi, e a qualcuno prima di altri. Non si spegneranno tuttavia i suoi girasoli: l’abbastanza di natura, arte, poesia sul quale s’è adagiata la sua esistenza.

Ben oltre la complicità affettiva con un personaggio al quale gli eccessi avrebbero potuto imprimere una teatralità troppo meditata, Blas Roca Rey ha organizzato l’interpretazione con una coerenza logica inappuntabile. Una recitazione pura, incisiva, ben lontana dalle pose di maniera e nei tempi perfetti che dettava la giostra emotiva di Van Gogh impressa sulla carta.

La regia, dello stesso attore, è equilibrata. Elusa saggiamente la parabola in ascesa che porta diritto all’acme della follia, si è privilegiato il contegno dignitoso della corrispondenza, lasciando che fosse il tracciato delle parole, e non le pose, a descrivere le attività dell’animo del pittore olandese. L’atmosfera dello spettacolo è influenzata dai movimenti lenti e iterativi dell’attore. Lo spazio entro cui si dispongono ordinatamente i tre elementi scenici ricalca l’assetto armonioso della visione registica. Il suono del flauto traduce in note gli stati di alterazione mentale del protagonista e poi sa attenuarne le asprezze, fino a cullare Van Gogh, prima ch’egli ricominci a scrivere.

Il percorso drammaturgico di Blas Roca Rey conteneva una serie di insidie a ogni angolo. Gli si riconosce la perizia nell’averle scansate una a una, lasciando piuttosto che temi abusati quali il genio e la sregolatezza, si intravedessero appena tra le mille sfumature di un animo la cui rappresentazione non può e non deve mai accontentarsi dei due estremi.

Perché esattamente lì, su quella strada infinita che non solo separa l’arte dalla nevrosi ma pure mescola l’una all’altra, si rincorrono stati d’animo, urgenze, paure, speranze in grado di dipingere, come Vincent dipinge la sua notte stellata, la complessità dell’uomo. Quella sulla quale posare delicatamente lo sguardo. Ché più si è delicati meno si corre il rischio di coglierne il parziale. Porgere allo spettatore il tutto, dosandone gli elementi è ciò che ha fatto Blas Roca Rey, con garbo e maestria sublimi.

Allora anche il tempo si dilata. Il ritratto, i girasoli, i mangiatori di patate e la notte stellata alle spalle fissano appena un istante, prima che la mente e il cuore proseguano la loro corsa affannosa verso nessuna meta e dentro i perimetri disagevoli del vivere.

“Le lettere a Theo”, produzione Nutrimenti Terrestri, inchioda pertanto la natura umana alla sua incompiutezza e al contempo denuda il dramma che soggiace all’arte, essa stessa “abbastanza” in un cuore al quale, evidentemente e grazie al cielo, sfugge quel che basta per sopravvivere.

Una risposta a “La giostra emotiva di Van Gogh con il garbo e la maestria di Blas Roca Rey”

  1. Blas!!!!miles de cariños para cada una y uno de la familia!!!! Los recuerdo SIEMPRE!!! Felicitaciones para ti.Besooooooooossssss! Rosario

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