Vuccirìa Teatro, Il corpo che dimora sul medesimo asse semantico della parola

Sono bellissimi quando si rincorrono tra i corridoi della platea. E sono bellissimi quando la corsa s’arresta sul palcoscenico e lì lasciano ancora rimbalzare la festosità sulla quale il candore della biancheria intima s’adopera per imprimere il primo sigillo di pura naturalezza.

Giovanni (Joele Anastasi) e Rosaria (Federica Carruba Toscano) sono i due cugini cui il destino si è divertito ad assegnare il peggiore luogo entro il quale maturare, e vivere: quello che sbircia da dietro lo spioncino, disegnando i contorni di una normalità arbitraria e bandendo persino le più tenui sfumature dell’eccezione.

Del resto, quando nell’entroterra siciliano erano già ai titoli di coda gli anni Ottanta, ancora ci si abbarbicava ai rami rinsecchisci del pregiudizio. Universi minuscoli che saccheggiavano la specificità e spietatamente la inchiodavano alla croce. Non rimaneva insomma che fantasticare, caldeggiare il sogno d’un futuro oltre lo Stretto, senza padri sì, senza radici, ma senza catene. E, fantasticando, ballare. Con la musica che ti scorreva dentro e tu non potevi farci niente. Con l’ultimo lampo di felicità, e di forza, che rimaneva quando tutto ti aveva già inghiottito. Con l’illusione che tu solo avevi il diritto di interrompere la festa.

La minaccia irrompe all’improvviso ed è una voce che infrange la musica sulla quale Giovanni e Rosaria stavano allestendo il loro ultimo spettacolo. Ché le minacce arrivano così, senza preavviso. E si intrufolano nelle uniche stanze dove potevi permetterti il lusso di crederti salvo.

Queste le premesse alla tragedia che si compie innanzi agli occhi spalancati, e talora lucidi, dello spettatore cui la formazione artistica Vuccirìa Teatro non ha risparmiato le asprezze della vita, declinate al singolare in virtù d’un accorto procedimento registico che, nel trittico delle coscienze scomposte dal reale, pesca a turno dall’anima di uno solo.

I personaggi forgiati a livello testuale da Joele Anastasi hanno assunto consistenza per il tramite della sua stessa regia: un processo creativo che vivifica l’immaginario drammaturgico solo a contatto con lo spazio e il tempo della scena. I corpi risultano fulcri scenici ineludibili e s’agitano in preda all’urgenza di dire, ora bagnati ora ripudiati dalla luce che assurge a strumento espressivo primario dello spettacolo.

Gli attori, intanto, rispondono alla poetica stanislvskiana del sentimento vero. Lasciano entrare il pubblico nel proprio mondo privato, servendosi nondimeno d’un linguaggio informale, della potenza lessicale e dell’anarchia sintattica tipicamente dialettali. Nella manifesta sottrazione di teatralità che pure non prescinde dalle tecniche interpretative raffinate d’un cast che usa la scena per svelare con generosità universi intimi ineguali eppure similmente dolenti. A metà strada tra gli attori stricto sensu e i performer, i tre sono dunque in grado di pescare a piene mani dentro sé stessi e spargere ciascuno la propria parziale e rabberciata verità. Il corpo dimora sul medesimo asse semantico della parola, nella salvaguardia di quella cifra stilistica grazie alla quale gli artisti siciliani occupano un ruolo di prim’ordine nell’ambito della drammaturgia italiana contemporanea e auspicano il meritato consolidamento sulla scena europea.

L’ingresso di Giuseppe (Enrico Sortino) è il primo colpo ben assestato alla platea. La violenza la si può raccontate in mille modi diversi. Vuccirìa Teatro te la sbatte in faccia, senza mezze misure ed è, in senso lato, la nudità scabrosa alla quale devono prestarsi le anime miserevoli che si apprestano alla messa in scena della propria esistenza.

Tutti, lì sul palco, dai cugini vittime e spettatori della brutalità di cui sa rendersi artefice l’uomo, al maestro di ballo scampato alla ferocia e assestatosi sul confortevole terreno del compromesso sociale, subiscono. Non v’è modo di eludere il dolore. Sono tutt’al più scampoli di felicità quelli che vi si intermettono: un tango, il sesso, la digressione d’un sentimento.

La scena è nuda, fatta eccezione per un baule in prossimità del fondale, e gli attori la saturano con il loro carico di sofferenza e nella diversificazione di criteri di approssimazione al dolore. In equilibrio, quasi immacolato e d’una poeticità strabiliante, tra quel braccio della bilancia che si presta agli spasmi ora alternati ora accavallati degli altri due, il puer aeternus Giovanni. Effigie della genuinità e della cagionevolezza, tuttavia provvisto di quella forza dirompente che non s’arresta persino innanzi al martirio, Giovanni è la verità dentro la scatola disumana dell’ipocrisia. È l’innocenza che urla nell’onesto, socialmente implausibile, refrain che dà il titolo allo spettacolo: “Io, mai niente con nessuno avevo fatto” (Produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini), andato in scena sabato al Museo di Messina nell’ambito della rassegna estiva organizzata dal Teatro Dei 3 Mestieri.

Mentre l’abito stropicciato e il rossetto sbavato raccontano la storia che la gente vuole sentire, si insinua intanto, di sbieco e senza minimamente intaccare una drammaturgia che si erge sul dramma esistenziale dell’Io e su una diversità tout court e non meramente di genere, lo spettro della malattia. Ne sono diretta conseguenza la paura, la disperazione, la cattiveria che vanno ad abitare l’animo sconquassato di Giuseppe. Ché i traumi del passato stanno lì, buoni solo all’apparenza e sempre sul punto di riaffiorare. Ne è diretta conseguenza l’amore di Rosaria, cui l’esistenza ha regalato un unico essere con il quale danzare e sognare, nell’intermezzo di felicità che separa la merda da spalare e la carne, per rabbia, da prendere a morsi.

La regia di Joele Anastasi è tridimensionale: sono monologhi che si avvicendano e che restituiscono al pubblico una tragedia a più voci, sussurrando la parzialità dello sguardo sulle cose, l’unicità e complessità della coscienza nella legittima, quanto si vuole caotica, eterogeneità della condizione umana.

Sono tre solitudini che impattano più e più volte contro un destino perverso al quale non hanno mai fatto grande simpatia. Può del resto accanirsi la vita. E ci si cerca, ci si rincorre, ma non ci si trova mai. Allora resti lì, ad abbracciare l’unico corpo che puoi toccare: il tuo. Trattandolo, molte volte, come hai visto fare: colpendolo, oltraggiandolo, in quella replica infinita che sa essere la ferocia quando il dolore ha valicato il limite della sostenibilità.