Il GiOtto di Giuseppe Provinzano, la verità tra le intercapedini della finzione

Dario Fo, senza andare troppo lontano, ci ha insegnato a coniugare impegno ideologico e teatro. La strada percorsa, dentro i limiti che traccia una parola asservita alla progettualità, conduce di fatto allo smascheramento. Quello è il traguardo dell’affabulazione diretta, dissacrante se è il caso, a ogni modo logica conseguenza di quell’urgenza di dire che valica persino i confini dell’irrappresentabile.

E Giuseppe Provinzano, nel suo “GiOtto – studio per una tragedia” (produzione Babel Crew), ha essenzialmente raccontato di Genova, di quel maledetto luglio 2001 che accosta le sventure del capoluogo ligure a quelle di Tebe, di Troia, con gli evidenti rimandi alla struttura della tragedia classica e a quegli elementi senza tempo che la restituiscono alla scena.

Venticinque foto appese, bagnate dai led e scosse dal vento, a rievocare quei giorni terribili durante i quali si svolse il ventisettesimo vertice del G8. Un cubo nero sul quale segnare col gesso, in greco, le sezioni della tragedia. E l’attore lì a interpretare tutti i ruoli, a diversificare i costumi, a puntare sul dettaglio degli elementi scenici che insinuino la verità tra le intercapedini della finzione.

Dalle strette di mano “per il nostro bene” dei capi di governo si procede speditamente verso la narrazione dei fatti antecedenti la riunione. Sono i preparativi che non badano a spese ad allestire   la messa in scena del potere: ospiti accolti su navi sontuose, set da scrittoi in regalo, principeschi menu, cordoni di cemento a chiudere la zona rossa, trasmissioni cellulari schermate, per paura di attacchi dinamitardi sotto controllo terra e cielo.

A scortare lo spettacolo di Provinzano l’energica drammaturgia sonora di Gabriele Gugliara che riporta alle voci e ai fragori d’una Genova in assetto di guerra, eppure ambiguamente vulnerabile. Le manifestazioni del G8 cominciano con una festa: il concerto di Manu Chao, che non fa notizia. Nessuna complicazione, solo aria di dissenso.

Ma quando l’attore si sfila la camicia rossa è già il tempo dei black bloc con passamontagna, sciarpe, occhiali da sole e caschi da motociclista. In treno ci si confonde con gli altri, tra una parola d’ordine da ricordare e una carica messa in preventivo. Gli uni accanto agli altri. E qualche intruso a innescare e poi scappare: metodi di facile riuscita.

Si delimita intanto la zona del potere, col nastro segnaletico da cantiere che disegna geometrie oltre le quali registicamente si sceglie di narrare i fatti. Il cubo si sposta, gli scenari cambiano e così le prospettive. Momento saliente e toccante dello spettacolo, per il tramite dell’anafora “ho visto”, l’elenco degli orrori per le strade e in quella piazza Alimonda ove Mario Placanica spara e Carlo Giuliani, anni 23, muore.

S’odono voci fuoricampo, versi a Carlo; si continua a delimitare. E fuori, oltre il nastro, che cosa resta? Il rumore della macchina da scrivere prelude alla storia d’un agente delle forze dell’ordine di provincia e all’escalation di rabbia che può farlo diventare assassino. Si comincia con gli sputi sulla divisa durante un derby, si prosegue col lavoro d’ufficio in una landa desolata per 1200 euro al mese, quindi con l’addestramento per circoscrivere il confine invalicabile della zona rossa. Si impara a usare il tonfa, si adoperano nuove maschere, ci si adegua alla sperimentazione americana in ambito militare. E per cosa? Per un servizio d’ordine? Perché è più facile ubbidire e colpire anziché pensare?

Ma torniamo all’escalation, alla rabbia che monta persino sui cori dei manifestanti. Si riceve l’ordine e via: alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto. E lì l’orrore. Lì la violenza, le torture. Sulle quali s’adagia il confiteor del carnefice: “lo Stato italiano mi ha ricattato”.

Giuseppe Provinzano, di spalle, diventa il cattivo in cappuccio e mantello neri. La maschera ci consegna il volto d’uno solo a effigiare, sul ritmo di “Faccetta nera remix”, il potere senza nome, il più bieco. È l’apoteosi della molestia, è un urticante frammento di spettacolo.

Sul finale ci si addentra nella zona recintata. Una canotta bianca che sa di popolo, il nastro al braccio e gettati lì passamontagna ed estintore. Inquadrate nell’interessante disegno di Fabio Bozzetta, le luci innaturali diventano rosse, ora che di sangue s’è già macchiata l’Italia dei macellai della Diaz e di Bolzaneto. Fogli sparsi a fissare le storie, le singole drammatiche storie di chi c’era, di chi ha visto, di chi ha subito. Sulle note potentissime dei Sigur Ròs e dei loro Angeli sonnambuli (Svefn-g-englar).

“GiOtto – studio per una tragedia”, nel magma infinito di documenti e testimonianze, ha restituito i fatti nell’esatta scansione delle coscienze, col ritmo adeguato d’un dramma che si compie nella realtà e, di rimando, a teatro. A Giuseppe Provinzano il merito di aver prestato tutto sé stesso alla causa d’una verità per nulla edulcorata, rifabbricando inoltre eroi e antieroi, come si confà alle tragedie greche. Il risultato dà ragione al lavoro: il pubblico dell’area Iris, nell’ambito del Cortile Teatro Festival, al cospetto d’una artificialità concretamente dichiarata mediante precise scelte stilistiche e nella diversificazione della cifra di recitazione dell’attore, può infatti abbandonarsi a una fruizione anche emotiva dello spettacolo. Persino sugli applausi, persino su una tutt’altro che lugubre “Genova per noi”, persino a luci piene rimane quel senso d’amarezza di cui il teatro, mosso dall’urgenza di non dimenticare, qualche volta fa dono.