Nel mare costacosta casacasa, il cunto delle sirene di Gaspare Balsamo

Prosegue il Cortile Teatro Featival con gli spettacoli a palazzo Calapaj – D’Alcontres e le cene del ristorante ‘A Cucchiara di Giuseppe Giamboi. Ieri è stata la volta di Gaspare Balsamo con lo spettacolo “Omu a mare – Il cuntu delle Sirene”, che insieme a “Epica fera” costituisce il dittico “Horcynus” e si alimenta della riscrittura di alcune parti del romanzo di Stefano D’Arrigo.

L’ingresso in scena di Balsamo è scortato dalle note di Tullio Pane sul testo del poeta napoletano Salvatore Di Giacomo. Musica partenopea che riporta al mare, ai pescatori, a quell’universo dal quale trae linfa vitale, e diventa patrimonio collettivo, il cunto di antica tradizione.

Gaspare Balsamo ci aveva lasciati alla contesa nelle acque dello Stretto tra la fera (il delfino), ‘nfamuna, bastarda e bistinu, e i cariddoti/pellisquadra (i pescatori), alla battaglia tra cristiani e saraceni che metteva in relazione cunto e opera dei pupi. Adesso i protagonisti sono sempre uomini di mare e vi si aggiungono le splendide sirene, progenitrici di fere e femminote, filtrate dal racconto del vecchio raccamatore di reti da pesca e cuntista Don Mimì Nastasi.

Il destino aveva privato Mimì, quando ancora era un bambino, dell’uso di entrambe le gambe. E quando la candida disperazione si era imbattuta in quello scoglio che avrebbe potuto placarla con un estremo gesto allora Mimì aveva, per sua fortuna, prestato orecchio alle parole del padre: “futtitinni di jammi, pensa e sireni”. Del resto, la strada che si fa in un secondo con la testa non la si fa con le gambe. E Mimì, grazie alle sirene, ami e lenze sempre in mano, aveva contribuito alla crescita e alla formazione dei tanti giovani pescatori ai quali cuntava di quelle sirene che incontri “costacosta casacasa”.

Nessuno si sarebbe mai azzardato a sfidarlo, a mettere in discussione la verità di ciò che Don Mimì andava narrando. E il tentativo del delegato di spiaggia di contrapporre la foca “babbiuna”, con tanto di “librazzu” in mano, alle sirene accende piuttosto il racconto di tre episodi che ascrivono alla foca, al cospetto della meno “tappinara” sirena, i caratteri d’una femmina mite tutta casa e chiesa.

Balsamo, bagnato dalla luce del colore del mare, dapprima ci regala il siparietto d’un sorteggio che costringeva i novellini a dividersi tra naviganti e sirene, per imbastire la recita, ingegnosamente mimata dal cuntista trapanese, che li trasformava in cacciatori e prede, tra una vogata e l’altra su quelle acque preludio della realtà, negli anni di là da venire. Facce meravigliate e affamati agguati “all’intrasatta”.

Quindi le prime esperienze sessuali di Turi, Melo, Santino, Tanino e Demetrio. Da quella con la sirena d’alto borgo sullo yacht, bionda, nuda sotto la vestaglia, in una parola invitante, alla trapanese sudicia sul caicco “schifazzu”, alle femminote che sanno come distrarre i giovani per derubarli del pescato e trasmettono loro lo scolo, la cosiddetta “camurria” in Sicilia. Ché del resto, notoriamente, “cu mancia fa muddichi”.

Nella consueta cifra stilistica del cuntista, Gaspare Balsamo apparecchia abilmente lo scenario d’un mondo dentro al quale si dimenano umanità e mito. Nessun artificio teatrale, soltanto una sedia e la forza del racconto, scandito metricamente, vestito d’una lingua che sa essere musica e sa pescare dovunque, da Oriente a Occidente, su un’isola che guarda ancora all’orizzonte nella speranza del rimpatrio di quel tempo in cui “cumpareru e scumpareru i sireni”.