Il peso della responsabilità sulle spalle del principe Prospero sotto la lente d’ingrandimento di Simone Corso

Liberamente ispirato a “La maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe, lo spettacolo andato ieri in scena a palazzo Calapaj – D’Alcontres nell’ambito del Cortile Teatro Festival è l’esito della collaborazione tra Simone Corso e Jovana Malinaric. Della gestazione ricaviamo alcune fasi significative dalle mail che autori e attori hanno scambiato tra loro. Ché tutto nasce ai tempi delle videochiamate durante il lockdown. Ed è proprio allora che prende forma il progetto di Simone Corso sul quale ha investito Nutrimenti Terrestri.

In scena Carmelo Crisafulli. Quando il pubblico prende posto è già sul palco: musica ad alto volume, un agitarsi più o meno convulso, pose consapevolmente mal riuscite da solista. Il monitor del computer inquadra la scena: un occhio esterno che spia l’attore e, in base alle inquadrature, il suo pubblico.

Le responsabilità cui allude la frase di Yeats che campeggia sullo schermo sono quelle che competono al principe Prospero, attorno cui Simone Corso aveva costruito il testo ultimato nel 2014. Pare qui non ci si concentri però sul pericolo che imperversa fuori, la terribile pestilenza del racconto di Poe. Piuttosto sono i riverberi nell’animo, nella coscienza del principe a muovere il lavoro che dalla scrittura corre di filato, forse troppo di filato, alla messa in scena.

Dapprima Crisafulli, dentro gli abiti bianchi di un Prospero del quale l’irrequietezza diventa maniera e perde via via credibilità, tira dentro il pubblico quasi fosse la sua corte di “parassiti e iene”, poi lo abbandona per interloquire con la voce fuoricampo di Diana (Giuditta Pascucci) o di uno speziale cui lo stesso attore dà voce prestando ripetutamente, e dopo un po’ forzatamente, il corpo alle urgenze del dialogo.

Le parole di Prospero, a chiunque le rivolga, subiscono la distorsione della tecnologia: da un’eco che diventa anticipazione, agli effetti orchestrati dalla regia, in un costante tripudio di luci, suoni, rumori che di fatto azzerano le chance d’una virata a muovere le corde dell’anima del protagonista. Ché tenere un basso profilo non sempre equivale a sottrarre alla vista la disperazione. Ma chiaramente non era quella più discreta, nella direzione dell’attore, la strada scelta da Simone Corso. Persino De André, alla chitarra, risente dell’indeterminatezza e della concitazione del principe che, incerto se distruggere o ricostruire, tenta la sintesi di un vaccino per il quale occorre sacrificare una vita umana.

La Morte Rossa, nel 2021, non potrebbe aggirarsi indisturbata per le stanze del palazzo. Tuttavia, su quello spartito che è il presente di Prospero, già si intravedono le note della sconfitta. Così che mentre i sogni si infrangono, l’alchimia beneficia dell’assenso, la terra è rossa di sangue e nulla più vi germoglia, la Morte ugualmente sopraggiunge. E Prospero rimane lì. Dopo aver recitato la sua parte. Dopo il self tape che ne ratifica la dissennatezza. Dopo un dimenarsi senza senso in un mondo ingovernabile.

La sperimentazione e la contaminazione di linguaggi che soggiace allo spettacolo di Simone Corso è presumibile esito del clima particolarissimo generato dall’emergenza sanitaria. Se ne avverte, ove non bastasse l’attinenza del tema, persino l’impotenza individuale. Il senso di frustrazione di Prospero è quello di tutti noi, umili servitori d’un mondo del quale non si distinguono bene i padroni.

L’elaborazione della drammaturgia, nell’opulenza dei temi e nella palese urgenza di adagiarli sul palcoscenico, è frutto d’un processo creativo particolarmente sentito, cui nondimeno serviva riordino per essere meglio servito allo spettatore. Simone Corso si è forse imbrigliato nelle maglie, perlopiù registiche, dell’eccedenza che talora produce azioni sceniche all’apparenza troppo impulsive e ne altera i legami con lo spazio. L’uso della multimedialità, comprensibile nell’orizzonte semantico del lavoro, rischia in certi momenti di inibire l’interprete, a detrimento della prova attoriale che gli si richiede e d’un rapporto discontinuo con la platea.

Che sia il prezzo da pagare alla nebulosità di questi giorni e al senso di incertezza che ne consegue? Che il caos abbia voluto autonomamente ritagliarsi il proprio spazio a teatro proprio quando entrare a teatro era precluso? Che una volta lì quel caos abbia irrotto e non si sia lasciato più governare?

Interrogativi ai quali si giunge in totale buona fede e nel pieno riconoscimento dell’impegno profuso dagli artisti. Ove si stimoli il dibattito lì è sempre terreno fertile per la crescita del teatro.