Filippo Luna alle prese col “Furioso”, sbalorditiva armonia di qualità tecniche ed espressioni emotive

Di quell’arazzo dai mille colori che è l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto Filippo Luna sceglie il XXXIV canto e, assecondando la misura ritmico-sinfonica dell’ottava, omaggia il pubblico del Museo regionale di Messina, in seno al Cortile Teatro Festival, d’uno straordinario concerto per attore e musicista.  Prestandosi l’ottava ariostesca all’alternanza di toni lirici e prosastici, sublimi e giocosi, Filippo Luna ha modo di cambiare di continuo i tempi della narrazione e abilmente mischiare le acque delle storie che nel canto si intrecciano. Il movimento del racconto è incessante, le situazioni sono aperte, si confondono le linee e al contempo se ne calcolano le geometrie. Nessun destino, intanto, ha urgenza di attuarsi.

Spazio dunque a una grande, anzi grandissima prova attoriale di Filippo Luna, al quale si deve il recupero di quello spazio di libertà entro cui il teatro, nella mediazione d’un testo letterario che è sintesi poetica del Cinquecento, ritrova l’immediata realtà tragicomica d’un tempo, di matrice spiccatamente laica e profana, e la impiega, a distanza di secoli, per riferire una commedia umana senza tempo. A riceverla, del resto, un mondo che ha perso il senno al pari di Orlando e probabilmente disavvezzo a scrutare con gli occhi colmi di poesia, e nei modi fantastici dell’invenzione, l’iridescente spettacolo dell’esistenza.

Posto che la vicenda di Astolfo che parte con l’ippogrifo alla ricerca del senno perduto da Orlando, giungendo fino al vallon lunare, sia a tutti ben nota, è qui opportuno evidenziare la destrezza con cui Filippo Luna si muove nei luoghi del Furioso, trasferendone sulla scena tutta quanta l’energia dinamica, scortandone il persistente mutare di prospettive e al contempo sciogliendosi dentro il suono prezioso della fisarmonica di Virginia Maiorana, valente partitura sonora a commento dell’azione scenica. Il linguaggio verbale si relaziona alla musica e viceversa, ordendo un dialogo simbiotico che certifica la nobile corrispondenza tra le arti. Il risultato, nell’intreccio di parole e note, è strabiliante.

In abito, t-shirt e cilindro neri, Filippo Luna sembra assecondare il carattere artificiale della rappresentazione di matrice brechtiana, per affrancare il pubblico dalla partecipazione inconsapevole e piuttosto elargendogli quella realtà umana in perenne mutamento cui autonomamente accostarsi.

Andava riprodotto, nell’alternanza di registri e stili, un presente assoluto e Filippo Luna, fisicamente coerente alla sua stessa vocalità e in sbalorditiva armonia di qualità tecniche ed espressioni emotive, ne ha comunicato non già le vicende che quel presente dipingevano, ma persino l’essenza, nella sincera didascalia della corporeità e nei suoi personali colori viscerali.

A tutto ciò soggiacevano una coerenza interpretativa pianificata, l’alternarsi della condivisione collettiva al rapporto con ciascuno dei suoi destinatari, molto spesso lambiti dallo sguardo dell’attore e chiamati a partecipare, muti e incantati, al gioco scenico predisposto unicamente per loro.

Capita così – e quella di Filippo Luna è una lectio magistralis di recitazione – che a partire dall’artificialità e senza necessariamente lasciarsi imbrigliare nelle regole, talora rigide, della verosimiglianza, si raggiunga l’anima diluendo in un’ora grammatica e autenticità.

“Astolfo sulla luna”, prodotto da Nutrimenti Terrestri, è dunque una festa. E, come tale, è gioiosa, leggera, espressivamente libera. Lì, smessi i panni del singolo, ci si dovrebbe ritrovare società. Lì avviene il recupero della tradizione orale accompagnata dalla musica quale canale di comunicazione ideale, ora che il mondo ha disimparato l’arte cortese del dire. Ora che il cielo della luna è distante e non v’è modo di riscattare molto di ciò che sulla terra si è perduto.