Invisibilmente, tra lineare chiarezza da manualistica e ingegnoso divertissement

Tra spettacoli ed eventi speciali nelle varie location in cui di volta in volta staziona, prosegue la X edizione del Cortile Teatro Festival. Ieri è stata la volta della compagnia di Ravenna Menoventi e dello spettacolo cult “Invisibilmente”, scritto dai due interpreti Consuelo Battiston e Alessandro Miele e dal regista Gianni Farina. Del tema preannunciato, il giudizio universale, neppure l’ombra. Pare servisse un elefante in scena e la produzione non abbia voluto acquistarlo.

I costi degli spettacoli, si sa, vanno ridotti all’osso in questi tempi di vacche magre. Poi c’è la questione della trasportabilità delle scene: un proboscidato non avrebbe di fatto agevolato gli spostamenti della compagnia. E però al giudizio universale, almeno nelle sincere intenzioni, non si rinuncia: si parte dunque da una frase della Genesi (“Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”) e ci si appresta a mettere in scena lo spettacolo. Senza elefante e senza storia.

Manca una drammaturgia forte per il teatro convenzionale, si dice. Si devono rinnovare i linguaggi, recuperare l’obiettivo polemico, rispolverare se è il caso atteggiamenti settantottini tipici del Living Theatre, e comunque sperimentare, sperimentare… Si potrebbe discorrere all’infinito sul teatro. Se ne parla durante i conventi, si sfornano saggi, ci si strappa i capelli per sottrarre il teatro a quella “crisi” che ne è sempre stata la connotazione naturale.

Poi però arrivano Battiston e Miele e tu comprendi quanto gioverebbe al teatro non prendersi troppo sul serio, sottotitolando magari tutto il processo creativo, fornendo al pubblico gli strumenti per comprendere quanto sia duro il mestiere di teatrante e poi, fermarsi un attimo prima che tutto abbia inizio, come hanno fatto loro, e generosamente prestandosi a diventare caricature di sé stessi, assoggettati a un meccanismo teatrale che inghiotte e non si lascia modellare.

Come facessero parte dello staff, i due attori presentano lo spettacolo e si fanno da parte. Attendono. Apprendono che luci e proiettore si inceppano e salgono nuovamente sul palco. Si possono anticipare i ringraziamenti, si può invitare il pubblico per l’ennesima volta a spegnere i cellulari e a non scattare foto, si possono tirare in ballo i fogli di sala, garantire il rispetto delle norme di sicurezza o ritmare quella canzoncina sugli elefanti che sa tanto di mancata chance. Si può insomma intrattenere in mille modi diversi una platea ansiosa di assistere allo spettacolo, ma tutto è vano se i tentativi maldestri, in un divertente crescendo di gaffe, sono impressi a grandi lettere sullo schermo alle spalle dei malcapitati.

Il meccanismo teatrale che li fagocita sembra tuttavia funzionare: il pubblico ride, non reclama la storia. Sull’imbarazzo e l’impaccio sono state del resto imbastite nel Novecento, a teatro e al cinema, le migliori pagine di una comicità oltremodo plausibile. L’occhio attento ha però il dovere di scorgere la ricerca drammaturgia che soggiace al puro divertissement. Il sadismo dello spettatore, di cui è emblema la risata sul capitombolo causato dalla classica buccia di banana, trova in tal caso ulteriore rinforzo dal “dietro le quinte” che si staglia alle spalle dei due attori. Ogni battuta è lì, nero su bianco. Ti si sbattono in faccia le tue stupidità, ricapitolandotele se necessario.

Ché l’attore è sempre nudo e crudo sul palco. Ché questa è una circostanza limite, ché qui si porta agli estremi il rischio d’ogni spettacolo dal vivo. Ma nella realtà non è che sia molto diverso. Ci si immagina, magari, più disinvolti del fondale e poco dopo ci si sente ancora più goffi di un oggetto mastodontico e inanimato incontrollabile. La comicità nasconde sempre l’amaro retrogusto della tragedia. La vita ti bracca. I tecnici, per i quali chiedevi applausi di incoraggiamento, ti hanno fregato. E tu sei lì, solo, con la tua faccia di cui si sbandierano i movimenti. Sola, a far finta d’essere la Madonna che guarda la stella cometa.

Le luci della ribalta palesano allora i rischi, tutta quanta la ferocia che tu, attore, scegli di sfidare a ogni replica. Quando al “chi è di scena” vorresti scomparire, appeso come sei al filo di quella macchina complessa dai meccanismi complicati che può incepparsi da un momento all’altro. Non ti aspetteresti mai, da attore, di dover sopperire all’assenza di un elefante, eppure – se serve – ti presti anche a quello. In due può essere persino divertente. The show must go on, a teatro come nella vita. E se all’ingresso avevi distribuito noccioline ora devi subirle, incoraggiandole persino. La regola impone che ogni oggetto, dentro e fuori la scena, debba essere semanticamente e drammaturgicamente esplicabile.

A teatro può accadere di tutto, e questo è forse anche il bello del teatro. “Invisibilmente” ha inteso dimostrarlo, col piglio dell’ironia e la lineare chiarezza della manualistica.