Tra ricordo e dimenticanza, un amabile spaccato dell’universo drammaturgico di Donatella Venuti

È la prima edizione di Libero Teatro Festival, la rassegna organizzata nell’ex convento di San Francesco a Patti dalla Compagnia Teatrale Santina Porcino in collaborazione con la Rete Latitudini. Francesco Natoli, Michelangelo Maria Zanghì e Christian Mobilia, nel totale rispetto dei protocolli anti Covid e prediligendo la formula gourmet che affianca il teatro a ricche degustazioni, hanno accolto mercoledì sera, nella suggestiva cornice del chiostro, lo spettacolo prodotto dall’Ass. Teatro dei 3 Mestieri, omaggio alla drammaturga, regista e attrice Donatella Venuti.

“Meno male che c’è Luigi” è l’ultimo testo scritto dall’artista messinese scomparsa poco più di un anno fa e si è voluto fortemente metterlo in scena. Un’impresa ardua quando regista e drammaturgo non possono dialogare. A Roberto Bonaventura è pertanto toccato sciogliere molti nodi concettuali e imboccare la strada che più corrispondesse agli intenti dell’autrice. Occorre in casi come questo ipotizzare l’iter creativo, gli esiti supposti, ricreare insomma un universo drammaturgico servendosi unicamente delle parole. Intuito ed estro al regista non sono mancati. La mano si è posata delicatamente sulla scrittura e ogni scelta, dettata da una prassi quasi filologica, ha svelato sensibilità e profondo riguardo.

Accompagnati dalle musiche originali eseguite dal vivo da Arcadio Lombardo, gli attori Gianfranco Quero e Claudia Zappia si sono mossi egregiamente dentro l’orbita onirica disegnata da Bonaventura. Scene, costumi e grafica di Cinzia Muscolino.

Un lampione, una panchina e quella fetta di mondo che sanno ritagliarsi due individui, semplicemente comunicando tra loro. E, quel che più conta, facendolo alla loro maniera. Cuncittina è su una sedia a rotelle, sprofondata dentro un allegro cappotto amaranto. Sproloquia, ricorda, dimentica, sciorina sogni, visioni e talora le più struggenti verità. Le piace il vento che soffia nella piazza e che, al pari della musica, sa scuotere l’anima. Fermarsi lì, transitoriamente lontana da una casa che puzza di morte, significa per Cuncittina spostare di qualche metro la realtà. Alfredo le si dedica amorevolmente. Perde con amore anche la pazienza.

Quando si diventa anziani insieme e si battibecca lo si fa in una maniera meravigliosamente routinaria, come si replicasse uno spettacolo all’infinito. Ti alteri e l’altro si prodiga in mille modi per rabbonirti, poi è il tuo turno di suscettibilità, o di paturnie. Un costante e interminabile refrain dentro quel mondo che solo gli anni, le gioie e i dolori della vita permettono di fabbricare.

I dialoghi tra i due sono rapidi, a beneficio del ritmo dello spettacolo. Entrambi gli attori, masticando e mescolando quel dialetto e quell’italiano che Donatella Venuti ha pensato per loro, vestono perfettamente i panni dei due anziani cui la mente gioca lo scherzo dolceamaro del ricordo e della dimenticanza. Sanno entrambi seguire il percorso emotivo, oltremodo ondivago, dei personaggi, prestandosi ciononostante al fermo immagine che impone loro la drammaturgia. Nulla del resto accade fuori. Dentro è un allegro e parimenti malinconico turbinio.

Resta da capire chi sia Luigi. Ci sono assenze che pesano e che, pesando, giovano. Assenze delle quali non si potrebbe fare a meno. E ci sono taciti accordi a trattenerle, a farle ridiventare presenze, tra una folata di vento e una foto che viene da lontano. Ci si accorda persino, senza parlare, sulla gestione del dolore quando piomba in egual misura sulle vite di due genitori. Perché può essere un figlio Luigi, nato o mai nato non importa. Perché, se così fosse, si darebbe una spiegazione plausibile a molto di ciò che s’ode o si respira sul palcoscenico.

Poi però non ci si astiene dall’azzardare: è Luigi che ha già attraversato la strada che porta in un altrove sconosciuto o quel lampione, quella panchina sono l’altrove di cui gli esseri umani non hanno cognizione? E Cuncittina e Alfredo, dentro quel gioco teatrale che sembrano aver predisposto essi stessi per ammazzare il tempo, hanno realmente un tempo da ammazzare?

Eppure possiedono, indipendentemente da dove si voglia, tra cielo e terra, che abitino, quella amabilità cui tutti abbiamo sempre ascritto a Donatella Venuti. Il vento soffia allora più forte e sembra urlare che nulla finisce davvero finché ne resta il ricordo. I passi di chi non c’è più continui a sentirli. Il nome di chi non c’è più continui a pronunciarlo, anche se fa male.

Allora “Meno male che c’è Luigi”. Perché Luigi c’è. E c’è perché tu non lo hai mai fatto veramente andare.

Una risposta a “Tra ricordo e dimenticanza, un amabile spaccato dell’universo drammaturgico di Donatella Venuti”

  1. Bellissima recensione. Profondamente vera. Donatella ne sarebbe felice. Noi lo siamo e ti ringraziamo.

I commenti sono chiusi.