Più della morte, l’amore: una sontuosa Mascia Musy sotto il cielo fuligginoso di Cernobyl

Secondo appuntamento della rassegna REstate al Mume organizzata dal Teatro dei 3 Mestieri, “Preghiera per Cernobyl”, dall’opera di Svetlana Aleksievic.

Sulla scena un’incantevole e magnetica Mascia Musy (premio Ubu migliore attrice protagonista nel 2008, premio Gassman 2008, premio De Sica per il Teatro 2013) che ha messo a disposizione straordinarie abilità tecniche e quell’autenticità oltremodo cara a Stanislavskij.

Una mise en espace senza funambolismi, la riduzione sobria a cura di Massimo Luconi, ma l’attrice romana ha riempito di sé ogni millimetro del palco, persino saturando l’aria della platea che le si stagliava innanzi. Un’accurata precisione prossemica, l’uso sapiente dello strumento vocale e quella emotività umana sorvegliata che riempie gli occhi, ma non lascia scivolare via una sola lacrima.

Sulla linea di confine che separa l’amore e la morte si consuma il dramma di una donna cui Cernobyl ha sbriciolato la vita, ristretto il mondo e spazzato via i sogni in una notte fuligginosa e silente presaga di un disastro di proporzioni immani. “Sono cose che non si possono raccontare”, eppure Mascia Musy supera le barriere dell’opportuno e scava a piene mani nell’orrore che scaturisce dall’incidente nucleare del 26 aprile 1986. Nessun filtro, nulla che edulcori la tragedia personale e quella collettiva di un popolo nei giorni, nei mesi, negli anni di là da venire. La morte che irrompe nella vita di una donna assurge a metafora d’ogni esistenza falcidiata dalle radiazioni, al tempo in cui i robot erano fuori uso e “funzionavano” solo gli uomini. A nessuno era ancora chiaro cosa stesse accadendo, persino ci si radunava per strada, a guardare con curiosità lo spettacolo.

La Grande Storia ha il merito di narrare i fatti di interi popoli, fagocitando le singole vite che quella stessa storia hanno confezionato: ago, filo e lacrime. Quasi mai si interrogano gli uomini. Dalla morte e dal dolore del resto ci si tiene a debita distanza. È a teatro, in una serata di vento che schiaffeggia meno della sventura dentro la quale ci accompagna Mascia Musy, che apprendiamo la verità d’una sola: la moglie di uno dei Vigili del Fuoco giunti alla centrale in camicia, senza tuta protettiva e morti nei quattordici giorni successivi. “Non erano più uomini, erano reattori”. Sa essere dannatamente spietata la realtà nella bocca di chi la vive nelle corsie d’un ospedale.

È raccapricciante, nel racconto della Musy, la descrizione minuziosa del mostro che divora il marito. Sono lame di coltello che affondano nella carne di chi ama al punto da mettere a repentaglio sé stessa e la vita che le cresce in grembo. Che cosa può salvarti in una circostanza inconcepibile come quella? E qui si va oltre Cernobyl, qui ci si ritrova catapultati ovunque si insinuino la malattia e la morte. Ti salva la rapidità: non hai il tempo per pensare. Solo dopo il futuro diventa il logico prolungamento di tutto il dolore provato, delle radiazioni assorbite e, gioco forza, di un amore ancora da versare.

Le luci calde bagnano di continuo il volto dell’attrice e fanno da contraltare alla freddezza della materia che s’intende plasmare, per dar forma al sentire. Corroborano l’effetto, senza mai rubare la scena alla parola, le musiche di Mario Cosottini e appena qualche suono che richiama alla realtà di quel mondo comunista allo scadere.

Pare appartenessero allo Stato gli eroi in alta uniforme dentro plastica, legno, altra plastica e zinco. Pare non appartenessero più a chi li aveva amati. Andava così dopo Cernobyl. Andava così e ci si poteva anche disperare, ma nulla avrebbe modificato d’una sola virgola le regole dettate da un Paese che non si rassegnava a esser fragile.

“Preghiera per Cernobyl”, produzione Clan degli Attori, nella delicata e al contempo potente voce di Mascia Musy ha ispessito tuttavia le pareti di un dramma collettivo restringendo il campo visivo a un’unica esemplificativa tragedia. L’effetto è sorprendente: ci si trova “dentro”, nel tramestio di orrori e sentimenti che rimbalzano fino a noi. Allora sì che nella nocività del “fuori”, dalle sembianze mostruose già tristemente note, si succedono innumerevoli inedite sfumature della storia.

Ché quando gli eroi non ci sono più restano gli uomini, al netto di ciò che hanno vissuto. Lì va a nascondersi la verità, la verità esatta e marmorea del dolore. Lì sopravvive l’amore.

Una risposta a “Più della morte, l’amore: una sontuosa Mascia Musy sotto il cielo fuligginoso di Cernobyl”

  1. Direi splendida interpretazione che solo chi ha vissuto un rapporto profondo di ribellione contro la morte che strappa senza remore e pietà gli affetti più profondi, può riuscire a traslare tanta sofferenza in un grido di dolore e di prostrazione! Bravissima, umana e vera attrice di grande talento!

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