Alla Furca, La cruda effigie della ferocia senza attenuanti

La disumanità in abito beige doppiopetto, camicia e calzini bianchi, cravatta e scarpe marroni, anello al mignolo da affiliato e orologio d’oro. La posa, con tanto di Ray-Ban a corroborare l’imperturbabilità, è quella da imputato. Il “basta”, ipocritamente rassegnato, apre le danze della confessione.

Il ripugnante parvenu che ci si trova innanzi è presumibilmente lo “stalliere di Arcore”, madido di sudore, tremante e talora spiritato al cospetto della giuria. Piantato in asso dal potere, spreca l’ultima chance di ridiventare uomo e rimane “niente”, né carne né pesce: l’ignobile maniera di ratificare la disfatta, esclusa aprioristicamente l’ipotesi di pentimento.

Dal ripudio delle proprie radici all’odio smisurato per il popolo, si elargisce agli astanti la nefandezza d’un individuo attratto unicamente dal potere. E a quello, scampato per sua fortuna all’oblio, ci si aggrappa ancora adesso per vibrare di esibizione e inumana baldanza. Tra gli altri, un delitto capace di generare pensieri di leggerezza e libertà. Sa essere immensamente perversa la barbarie.

Il confiteor di Vittorio Mangano, pluriomicida legato a Cosa Nostra, è nel disegno drammaturgico e registico di Orazio Condorelli il fine pretesto di effigiare crudamente il male tanto da cagionare ribrezzo. La scrittura, nella lingua eufonica e schietta del dialetto siciliano, attinge per l’appunto a piene mani da un codice criminoso e spietato che non lascia spazio alla partecipazione emotiva dello spettatore. Tra il pubblico e Salvatore Tringali, che incarna il personaggio marcandone l’espressività ed esaltando la potenza iconografica della parola, si adagiano estese praterie di reciproca avversione. Guai del resto a graziare chi non accenna a ravvedersi, tra una risata sgraziata e l’irreligiosa paura nell’elemosinare scampo.

Le linee programmatiche della regia beneficiano, fatta salva l’eccellente prova attoriale di Tringali, di due ulteriori grandi sostegni: la musica dal vivo di Flavio Riva, inglobata nella dinamica scenica e in stretta relazione al linguaggio verbale con il quale conversa, e il disegno luci di Roberto Zorn Bonaventura, cui il cortile di palazzo Calapaj-d’Alcontres ha permesso di bagnare l’universo  orrorifico del protagonista con luci neutre e assegnare allo spazio che lo accoglieva, e sovrastava, i colori accesi dell’autenticità, o del palpabile.

“Alla Furca”, prodotto dalla Fondazione Teatro Tina di Lorenzo di Noto, si è pertanto avvalso della magica corrispondenza di tutti i suoi linguaggi per rappresentare inflessibilmente la depravazione di un universo pressoché feudale che dapprima agogna il potere e poi lo detiene, con spregiudicatezza e disumanità, fino a lasciarsi inghiottire. Perché c’è sempre una distesa d’erba “niura” sulla quale ridiventare miserabili: da predatori a prede, nella beffarda ciclicità della sopraffazione, è davvero un attimo. Lì sa insinuarsi il teatro, e rinvenire l’esattezza, indifferentemente laica o religiosa, del tutto entro il quale invano ci si affanna per governare le cose.