Vulcanico e chic il Prometeo di Domenico Cucinotta al Teatro dei Naviganti

Ci si era salutati il 24 ottobre, accomodandosi a guardare uno spettacolo già sapendo che sarebbe stato l’ultimo di un 2020 ancora alle prese con l’emergenza sanitaria. Il nuovo dpcm era stato diffuso dagli organi di stampa e sarebbe entrato in vigore l’indomani. Ancora adesso si ha come l’impressione di non riuscire più a venir fuori da una catastrofe di immani proporzioni. Il teatro, al pari del cinema, ha subito lunghe chiusure. E – si badi bene – sopravviveva a stento anche in era pre-Covid.

I più ottimisti sostengono che le ripartenze poggeranno su nuovi presupposti e che finalmente il comparto dello spettacolo beneficerà d’una attenzione mia avuta prima. Tanti, però, non sono riusciti a stringere i denti nell’attesa di vedere la luce. Molte saracinesche, specie quelle dei piccoli spazi indipendenti, sono rimaste abbassate. I ristori hanno coperto qualche falla, ma alla lunga riemergono difficoltà di vecchia data che si sommano all’incertezza e agli ostacoli oggettivi che impongono i protocolli finalizzati al contenimento dell’emergenza epidemiologica.

Mentre, insomma, il futuro è ancora tutto da scrivere, capita che a Messina il teatro indipendente più longevo della città riapra le porte al pubblico per un’intera settimana. Posti contingentati, tracciamento, temperatura, mascherina: pieno rispetto delle norme. E quella fiamma quieta sotto la cenere che aspettava solo di ardere si riaccende al Teatro dei Naviganti a partire proprio dalla rilettura del “Prometeo incatenato” di Eschilo.

Gli allievi della masterclass, diretti da Domenico Cucinotta, hanno portato in scena un “Cabaret Prometeo” esuberante, vulcanico, chic esattamente come i costumi cuciti per l’occasione e supervisionati da Stefania Pecora. La visionarietà di Cucinotta, spalleggiata da quella acutezza registica grazie alla quale la costruzione dell’universo fisico e visivo a teatro riserva sempre gradite sorprese, stavolta ha posto sul banco degli imputati, inchiodato a una rupe che ricalca le sembianze umane e circondato da elementi anatomici atti a richiamare la terra di mezzo ove non si è più uomini e neppure dei immortali, quel Prometeo che rubò il fuoco agli dei per farne dono all’uomo.

Un atto di ribellione, il gesto generoso di elargire conoscenza o l’esito, trasfigurato dal tempo, di una sconfinata superbia? E del fuoco che cosa ne è stato?

La leggibilità della vicenda, oltre i vincoli del mito e della scrittura, avviene a teatro. E avviene in un teatro ove Prometeo stesso, nel suo cabaret, diventa intrattenitore. Sottrarlo alla costrizione è del resto la maniera migliore per “apprenderlo” una volta di più, riconoscendo in quel volto inedito frammenti di tutta l’umanità.

Al pubblico spetterebbe giudicarlo, se al pronunciamento della sentenza definitiva, nell’osservanza di giustizia e moralità, non subentrasse quel sentimento di pietas che, più o meno consapevoli, ingenerano i personaggi sulla scena. Da Efesto a Oceano, da Ermes a Cratos, a Bia, alla povera Io, alle Oceanine che accusano Prometeo di aver fatto dono all’uomo d’un bene incompleto che non cancella la morte.

Libere ed eterne rimarranno del resto solo le cose. Schiavo è l’uomo. A nulla valse il gesto di Prometeo, a nulla valse il suo tacere, a nulla varrebbe la nostra condanna. La fiamma resta tuttavia accesa. L’ultimo avamposto della speranza su cui evidentemente non si deve soffiare.

A Domenico Cucinotta, assistito alla regia di Mariapia Rizzo, il merito di aver calibrato perfettamente consistenza e levità, assegnando ancora una volta al teatro il precipuo compito di muoversi tra i meandri della drammaturgia del passato con l’occhio puntato sul presente. Gli sforzi chiesti agli interpreti (Milena Bartolone, Orazio Berenato, Gabrielle Cacia, Davide De Domenico, Elvira Ghirlanda, Sergio Runci, Chiara Trimarchi) sono andati ben oltre gli usuali carichi di una masterclass. Assegnate ai corpi sulla scena le movenze, talora ininterrotte, che si confanno agli automi e che pure reclamano dignità, occorreva che ciascuno non si risparmiasse nel reiterare pose e rimarcare peculiarità funzionali allo spettacolo.

Sopra, quindi, l’immobilità delle parti anatomiche. Sotto le convulsioni di un universo che cade in errore per la sola ragione di agĕre, nell’accezione poliedrica del verbo latino.

Il risultato, va da sé, è pregevole. E ratifica l’urgenza di restituire al teatro la funzione necessaria, ancorché indifferibile, di lenire le contrarietà della vita.