“Straniero di Sicilia” e “Gilgàmesh” hanno impreziosito gli spettacoli al Museo di Messina

A Messina, in sordina e nel quasi silenzio generale, sono andati in scena due spettacoli teatrali di alto livello, che avrebbero meritato ben altro riscontro rispetto ad un post sui social che sembra essere stato condiviso quasi per caso; ma, chi ha còlto questa opportunità, ha avuto il privilegio di poter godere di due pièce che sicuramente rimarranno nei personali ricordi sia per valore dei contenuti sia per una prova attoriale di grande potenza ed impatto.

Le due opere teatrali, promosse dall’Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana ed ospitate dal Museo Regionale Interdisciplinare di Messina, fanno parte del repertorio della compagnia teatrale “La Casa dei Santi” che le sta portando in giro per la Sicilia.

“Straniero di Sicilia” e “Gilgàmesh” sono di e con Giovanni Calcagno, attore, regista teatrale e cantastorie siciliano, noto al grande pubblico per numerose serie televisive, ma la cui preparazione e potenza interpretativa può essere apprezzata sulla scena teatrale, e le composizioni video sono curate da Alessandra Pescetta.

“Straniero di Sicilia” rappresenta un omaggio alla cultura pluralistica della Sicilia, la pièce comprende tre antiche liriche composte a distanza di secoli, in tre diverse lingue (greca, latina ed araba) ma legate dal fatto che gli autori sono figli della terra siciliana ed è in lingua siciliana – dopo una incantevole introduzione in ciascuna lingua originale – che sono portate sulla scena.
Le liriche contenute nella rappresentazione teatrale sono l’Idillio XI di Teocrito – poeta siceliota vissuto nel IV-III secolo a.C.- che narra l’amore non corrisposto del Ciclope Polifemo per la bella ninfa Galatea (Οὐδὲν ποττὸν ἔρωτα πεφύκει φάρμακον ἄλλο, Νικία, οὔτ’ ἔγχριστον, ἐμὶν δοκεῖ, οὔτ’ ἐπίπαστον “Nessun farmaco c’è contro l’amore, Nicia, né unguento o polvere, mi pare, se non le Pieridi […]”) l’idillio è contaminato con la narrazione del racconto di Aci e Galatea contenuto nelle Metamorfosi di Ovidio.

Il Pervigilium Veneris “poemetto latino di autore anonimo e datazione incerta – si oscilla tra il II ed il IV secolo d.C. – ma ambientato in Sicilia, è una celebrazione della natura primaverile che fiorisce e che è indissolubilmente legata all’amore che sboccia ( “Cras amet qui numquam amavit – quique amavit cras amet” Domani ami chi mai ha amato, e chi ha già amato, anche domani ami”).

Infine, una lirica del nutrito canzoniere del poeta siciliano Ibn Hamdis, vissuto tra l’XI e il XII secolo, il quale lasciò l’isola Sicilia, ormai conquistata dai normanni, esule e peregrino nel Mediterraneo visse e cantò la nostalgia della propria terra e l’impotenza di fronte al tempo che fugge (“[…] Che quando i capelli diventano bianchi le tenebre della notte son sempre più nere. Sembra ieri che il sole splendeva forte e generoso sui miei anni. Non conoscete, voi, la formula che porta indietro il tempo? […]).

“Gilgàmesh” è l’opera portata in scena nel secondo spettacolo; per l’occasione il magnifico portale del secolo XVII, realizzato su progetto dell’architetto messinese Natale Masuccio e proveniente dalla Chiesa di san Giovanni Battista annessa al Collegio della Compagnia di Gesù, ha fatto da scenografia alla rappresentazione della prima epopea scritta nella storia della umanità e giunta fino a noi.
Protagonista è Gilgàmesh, mitico re babilonese, che si imbarcò in una serie di avventure fatte di viaggi, scontri ed incontri per affrontare l’impresa delle imprese: la conquista dell’immortalità!
Una magistrale narrazione ed interpretazione quella di Giovanni Calcagno che, come un antico aedo, accompagnato dalla tammorra, il classico tamburo in pelle d’animale, ripercorre la storia “di colui che tutto vide”… confidando in future repliche in città per “chi non vide”.