Didone senza pelle nell’elegante drammaturgia di Lina Prosa

Si è conclusa il 26 agosto la rassegna teatrale MuMe20 Off nello spazio esterno del Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. Nel rispetto delle regole del distanziamento sociale, Clan Off Teatro e Clan degli Attori, con il sostegno della Rete di drammaturgia contemporanea Latitudini, hanno ridato voce al teatro indipendente vittima dell’emergenza epidemiologica e, ancor prima, di un’indifferenza istituzionale permanente e diffusa.
Quando sembrava addirittura impossibile mettere in piedi una stagione che rispettasse le norme anti Covid, Giovanni Maria Currò e Mauro Failla hanno lavorato a un cartellone estivo al quale il pubblico ha risposto con grande entusiasmo e affezione. 
Ultimo spettacolo della rassegna “Didon now” di Lina Prosa, con Elisa Di Dio e Giorgio Cannata, produzione Compagnia dell’Arpa. L’epos altamente consapevole e complesso di Virgilio, pervaso peraltro dallo spirito della pacifica età augustea e dei suoi ideali etici, presta al teatro il dramma individuale della regina Didone, infelix animi Phoenissa. Un genitivo di limitazione che nella mente di Virgilio circoscrive la pena e intanto strappa a forza la prima pelle di Didone, fondatrice di Cartagine, guida di un popolo, regina prima che donna. 
Dalla elegante drammaturgia di Lina Prosa, “Didon now” è il graduale passaggio dal piano al forte e al fortissimo del dolore, nei rispettivi tre piani della pelle che via via si scortica, fino a denudare l’osso, privandolo dell’unica corazza possibile: la carne. 
Dalla fondazione di Cartagine alla morte, si compie il destino tragico di Didone, topos letterario della donna abbandonata, cui la regia e le coreografie di Andrea Saitta concorrono a scandire le tre principali stazioni. Sono quadri solo all’apparenza distinti, perché di fatto, nel rimarcare un tempo parziale, ridisegnano un volto che necessita d’ogni stagione. 
Nell’abito regale di velluto rosso e bordeaux, Elisa Di Dio presta con grande professionalità e generosità il corpo e la voce a Didone. Ad annunciarne l’arrivo sulla scena, curata insieme ai costumi da Luca Manuli, l’eloquente tappeto musicale di Michele Di Leonardo alla danza per certi versi funambolica di Giorgio Cannata: orizzonti d’attesa delle parole e dei gesti a queste intimamente avvinghiati. Due pannelli mobili si prestano alla costruzione dei quadri narrativi e catturano i riverberi delle luci, proficuamente esplicativi, a sostegno della drammaturgia. 
Alla storia stricto sensu di Didone si antepone il dramma intimo e atemporale di un’anima alla deriva. Saltano allora gli schemi della predestinazione, della cieca obbedienza al volere degli dei. E saltano per amore di Enea, senza il quale non v’è più corpo, non v’è più Didone. “Lui mi ha mangiata tutta”. 
All’ansia di seppellirlo o amarlo subentra il rancore. Gli argomenti addotti da Enea nel IV libro dell’Eneide sono troppo lontani dal sentire della donna e pertanto non ne placano l’ira. Didone si sente ingannata e tradita e, in preda al furore, maledice quell’uomo senza il quale ella di sé non sa più che farsene. “Chi rifiuta l’amata sia rifiutato dalla terra”. 
Didone ha fondato una città, guidato un popolo. Didone fu un’eroina. Ma il destino è imprevedibile e la vita a esso soggiace, come l’albero dalle geometrie aspre che dimora sulla scena e al quale non compete alcuna predizione di fiori o foglie o rami spezzati dal vento. 
“Didon now” è uno spettacolo che si erge sul dolore e attorno al dolore si attorciglia. Fino a perdersi nel gesto estremo di una donna la cui disperazione è commisurata alla forza un tempo ascrittale dal destino. Le scelte registiche presumibilmente rispondono all’urgenza di lasciare fluire il dolore, con gradualità, per tappe alle quali dare il dovuto risalto ampliando a dismisura le sospensioni tra l’una e l’altra. Erano tregue? Forse no. E in quel tutto che tutto contiene dimora il senso di tanto dolore che certo teatro ha solo il privilegio di rappresentare una volta di più, dimentico del tempo e dello spazio che lo accolse per la prima volta. 
“Muoia anche Virgilio”, quando le parole non bastano. Muoiano i personaggi, muoia il mito, muoia la storia, muoiano i sogni, le città, muoia Didone. 
La pelle numero tre è la pelle del dolore che ti consuma now, adesso, e sempre.