La ferinità senza tempo né luogo nella drammaturgia di Aurora Miriam Scala

Teli trasparenti, un baule e una bambola di pezza. Elementi che inevitabilmente riportano al passato, a un tempo lieto e a una prigionia senza sbarre. Oltre il velo di Maja non esiste cecità: ciò che si schiude innanzi agli occhi dello spettatore è il vero, la reale brutale rappresentazione del male subìto e perpetrato. 
Clitennestra ed Elettra sono tutto ciò che resta d’una famiglia guasta. La mitologia esaspera le deformazioni, gli appetiti, i gesti disumani. Ma v’è aberrazione ovunque si agiti ancora oggi l’individuo. Le pagine dei poeti tragici, la tragedia greca, nelle loro amplificazioni letterarie e drammaturgiche, non risultano implausibili. L’uomo sa essere Agamennone o Clitennestra, o Agamennone e Clitennestra insieme. Una ragione in più per declinarne il dolore, procurato e patito. Per scovare nelle sue pieghe la predisposizione connaturata al male. Per guardarlo in faccia e provarne orrore. 
“Meter Tygater”, scritto e diretto da Aurora Miriam Scala, con Maria Chiara Pellitteri e Aurora Miriam Scala, produzione La Bottega del Pane, andato ieri in scena nell’ambito della rassegna MUME20 OFF a cura di Clan Off Teatro, con il sostegno di Rete Latitudini, è l’ingegnoso tentativo di rappresentare un dramma familiare ancorato al mito e che però del mito valica legittimamente i confini. La ferinità non ha tempo né luogo, dimora nelle cronache, si alimenta del disagio al quale l’individuo, per sua natura, è incline. 
Così che dai giorni lieti a nuotare nelle acque dell’Egeo il destino catapulti due donne in una tragedia che ciascuno vive sempre alla sua maniera: chi ridisegnandone i contorni, chi apparecchiandone la resa dei conti. 
Madre e figlia sono allora due mondi inconciliabili cui l’amore regala onde comuni del mare e nega bracciate sincrone per affrontare la tempesta.
Nella Grecia dei colonnelli il male sa entrare senza bussare, sa strappare Ifigenia alla madre, sa addestrare Oreste e sa segnare per sempre chi resta. Un grido muto a squarciare l’anima di Elettra.
Agamennone è il personaggio secondario al quale spetta uno scampolo di vita grazie solo alle parole di chi calca le scene, per custodirne o demolirne il ricordo. Al richiamo delle sirene del potere, Agamennone ha condannato e tradito, distrutto ogni cosa. Era dolce nei gesti della moglie, poi ha perso. Ma la drammaturgia di Aurora Miriam Scala, giocata sul timido alternarsi di spensieratezza e affanno, di approssimazione e distanza, di adulazione e sarcasmo, ha confinato l’Atride nel non luogo dell’assenza, trasferendo il peso del suo agire sulle spalle di Clitennestra ed Elettra.
E come si sostiene l’efferatezza? Quanto nel sostenerla si smarrisce di sé? Quanta altra se ne compie per annientarla?
Finito per sempre il tempo dei giochi, rimane in Elettra quella parvenza di innocenza che disconosce il male. L’amore filiale segue senza ragione una direzione e non devia sul limitare della realtà. L’assenza genera idealizzazione. La presenza, nel nucleo familiare malamente ricostruito, risentimento.  
Clitennestra non è più la madre affettuosa d’un tempo. E la realtà sotto gli occhi è sempre quella cui più agevolmente ci si avventa. Trascurando le sfumature gonfie di significato, gli indizi d’un patimento giustificato.
Il male sa reiterarsi all’infinito. Il male si trasmette. Le mani che prima si stringevano si macchiano di sangue e non si stringono più. Va così, del resto, la vita. Un susseguirsi di gesti inconsulti per compiacere sé stessi, per soggiacere agli impulsi naturali abdicando al duro esercizio della gestione. 
Fresca, d’una freschezza autentica, Elettra. Maria Chiara Pellitteri, nei suoi indumenti chiari, sa prepararla al finale, senza forzature e col sostegno di una recitazione che scansa la ferocia e la compostezza di un mondo, quello degli adulti, cui la fanciulla non può e non vuole ancora accedere. Il tulle nero della gonna che indossa per l’occasione è la prova generale dell’essere donna, moglie e madre. Fosse solo per leggere nel cuore di Clitennestra e in quello di tutte le donne che soffrono per amore. Ma un istante dopo è il male a prendere il sopravvento. Ché si può essere assassini persino nella purezza. 
Parimenti contenuta, Aurora Miriam Scala nei panni tetri di Clitennestra. Non poteva essere altrimenti giacché scrittura e regia esigevano la messa in scena delicata del dolore. Occorreva che l’attrice eludesse i picchi smaccatamente drammatici e ciò è avvenuto, a beneficio d’un teatro che sa arrivare allo spettatore senza troppo sbracciarsi. Su un tappeto di musiche e suoni che riproducono realtà e sogno, nei chiaroscuri di un disegno luci che rincorre le anime, senza mai imbrigliarle. 
La drammaturgia originale di “Meter Tygater”, vincitore del Premio Nazionale Creatività Giovanile 2018 Under 30, trae ispirazione da “Fuochi” della Yourcenar, da “Crisotemi” di Ritsos, da “I sogni di Clitennestra” di Dacia Maraini. Una pluralità di forme e angolazioni da cui osservare il disfacimento d’una famiglia e di due anime, con la miopia dell’inestinguibile umano rancore. La felicità già svanita, la gioia maledettamente senza eredi.