Cenere, La liturgia del sentire al confine tra vita e morte

Prima assoluta al Cortile Teatro Festival dello studio teatrale “Cenere. Per una poetica dell’impossibile” (QA-QuasiAnonimaProduzioni e Nutrimenti Terrestri) di Auretta Sterrantino, drammaturga e regista messinese che, nel solco della tradizione letteraria, riflette una volta di più sul presente, mettendo lo spettatore dinanzi al vuoto, all’illogicità dell’esistenza. 
Lo stile è riconoscibile e personale: la cura maniacale della parola, in un gioco al massacro di sensi e intelletto, cui sottostà la grammatica del corpo, mediatore per eccellenza di turbamento emotivo, di paure. 
Intimamente avvinghiato alla crisi del presente, connotazione naturale del teatro, “Cenere” trae spunto dall’inferno che Thomas Stearns Eliot ha edificato sui versi del poemetto “La terra desolata”, ove peraltro confluisce un immenso repertorio artistico strappato al tempo: contaminazioni che ben si confanno alla poetica di Auretta Sterrantino, costantemente protesa all’esplorazione di quei paradisi letterari, musicali, figurativi ai quali ancorare questo presente nell’attimo esatto in cui rischia di inabissarsi per sempre. 
Le sedie disposte tutte attorno alle tavole del palcoscenico. Una donna accasciata, vittima dei suoi stessi movimenti fiacchi, e un vento che soffia da lontano, ma non scuote. È la luce provocatrice dei led (disegno luci di Stefano Barbagallo) a ordinare poco dopo movimenti convulsi e pose innaturali, quando ormai il vento si è arreso e i suoni pretendono il battito della carne. Si tende al cielo per un istante, poi ci si adagia sulla terra. Gli arti non sostengono, provocano continue ricadute dell’astenia. 
Che cosa c’è dentro a un pugno chiuso? Il nulla, forse. Ma le stagioni accadono, il tempo non s’arresta innanzi al vuoto. 
“Aprile è il mese più crudele”. La terra è morta. La paura si mescola alla polvere. 
Una clausura durata troppo a lungo, novanta giorni di deserto e una vocale appena per abbandonare, per disertare appunto. Mentre sfumano i confini tra vita e morte. E sfumano nella vanità di gesti inoperosi e pensieri non pensati. Laddove regnano il silenzio e il buio, laddove il tempo è invertito e la materia nullifica il corpo. 
Nell’universo metaforico congegnato da Auretta Sterrantino, che di “Cenere” è autrice e regista, il linguaggio è costantemente evocativo, in un sofisticato andirivieni di gesti e parole che esigono livelli vocali ben studiati. L’ordinaria musicalità della langue è messa a soqquadro dalle musiche originali di Vincenzo Quadarella, che decostruiscono e ricompongono il testo, assumendosi la responsabilità di condizionarne il senso. 
Corretta e significativa presenza in scena di Giulia Messina, ai limiti della violenza nel trasferire sé stessa allo spettatore, con quella morsa cara a Stanislavskij che è procurata, in tal caso, da un semplice sguardo. L’attrice possiede peraltro le doti fisiche e tecniche richieste da un individuo che non è donna, che non è uomo. E che è corpo, prima di diventare materia.
Urge comunicare, ma l’interlocutore è muto. “Niente. Nothing. Again nothing”. Come su un treno senza meta. Come in un loop di campane. Dentro quell’inedita liturgia del sentire ove il funerale condanna il corpo vivo, ove ciascuno è topo da laboratorio per conto suo, ove si è monadi e si è “cipressi alti e schietti sferzati dal maestrale”. 
È un crescendo drammaturgico di assuefazione “Cenere”. E nella parabola ascendente di questo automa che è diventato l’individuo, pigro e indolente, si manca definitivamente all’appuntamento della verità. 
Poi, nel freddo intermittente di un aprile crudele rimbomba la pioggia: acqua a lavare ogni cosa. 
“Cenere, cenere e ancora cenere”. Quando nessuno ode più il grido di speranza e dolore.