NOR, Ha un prezzo anche la miseria a Ferentari

Prosegue la quarta edizione del Cortile Teatro Festival a cura di Roberto Zorn Bonaventura e Giuseppe Giamboi. 
Ieri è stata la volta del primo dei tre lavori brevi site-specific previsti in rassegna.
E “Nor (live) – Un fotodramma” di Simone Corso, per Nutrimenti Digitali, maturato e realizzato in piena emergenza epidemiologica, al fine di cercare nuove possibilità d’incontro tra teatro e spettatori, ha di fatto esaltato il potenziale del cortile di palazzo Calapaj-D’Alcontres ove trova dimora la rassegna.
Lì è possibile per l’appunto riflettere sul destino del teatro, ancora e ancora, senza calcare necessariamente le tavole del palcoscenico, rispondendo all’urgenza di dire in un tempo di silenzi e attese. 
Si spiega, meglio in questa occasione, l’astronauta della locandina realizzata da Riccardo Bonaventura: l’isolamento forzato da una parte, il desiderio di ricominciare su un altro pianeta dall’altra. 
L’altro pianeta, nel caso di “Nor”, è la facciata interna del palazzo sulla quale sono stati proiettati i fotodrammi. In mezzo un balcone, grazie al quale effetti strabilianti di luci e prospettive hanno ulteriormente esaltato gli scatti di Paolo Galletta, già peraltro provvisti d’una potente forza comunicativa. 
Mentre sulle musiche originali di Giovanni Puliafito e i suoni di Patrick Fisichella si adagiava la voce di Simone Corso. Del drammaturgo e attore messinese se ne scorgeva il movimento delle mani, direttamente o nell’ombra impressa sulla facciata del palazzo. Come muovesse i fili del racconto che intanto scortava le immagini, vivificandone i luoghi e gli individui fermati dall’obbiettivo.
Una storia di miserie e macerie nella Romania più povera, quella di Ferentari e dei vecchi casermoni, dei muri scorticati dal tempo e degli operai che andavano a tirare fuori Ceausescu dal palazzo del Comitato centrale. 
Innanzi le immagini, in mente la periferia del Canaro di Matteo Garrone. Ché il degrado evidentemente affratella le periferie d’ogni dove.  
Dicembre. L’ombra delle antenne della TV sono braccia alzate di una folla in rivolta. Il ricordo dei vent’anni e la voglia di girare il mondo, di andare in America. Un passato da lasciare alla spalle. Il cinismo, dentro casa, di quel fratello che “s’era guadagnato il meglio”. 
Ma cos’è il meglio tra le baracche di Ferentari? Quello è il luogo per eccellenza “in cui sparire prima che il mondo ti sputi fuori”. Lì è il pane a riempirti la pancia, l’eroina a toglierti il pensiero della fame, i soldi ad ammazzarti. E lì anche la morte si dimentica in fretta.
Nor è un cane bianco con una macchia arancione sulla schiena. Un cane che beve nelle larghe pozzanghere in cui si specchiano anche “pezzi di cielo violetto”. Nor significa nuvola. E capita che le nuvole si diradino in cielo, si perdano, vadano a nascondersi. O a morire.
Il mondo si apprende presto sulle tubature della cisterna di Ferentari. I bambini, tra la ruggine e il degrado, sono già grandi e sanno che ha un prezzo anche un’informazione. Lanci un mucchio di soldi per aria e sai dove andare. Tiri fuori dalla tasca quaranta euro e salvi Nor dall’accalappiacani, dal giro di randagi che frutta. Perché tutto deve fruttare. Perché ciò che non ha un prezzo non esiste. Perché la salsiccia è addirittura l’eccedenza del vivere. E offrirla un disperato tentativo di mutare l’immutabile. Di contemplare nuovamente le nuvole, in cielo e nelle pozzanghere, nelle pozzanghere e in cielo.