La Vita Schifa di Rosario Palazzolo

Sulla foto tessera, un occhio schiacciato esaspera la distinzione manichea tra bene e male. Del resto Ernesto Scossa è un personaggio estremo che fluttua, strattonato ora dalla sua parte buona ora da quella crudele, in quella confusione di cose che è la vita. Gli sarebbe stato impossibile dirsi per davvero se Rosario Palazzolo non l’avesse trattenuto nelle pagine di un romanzo, dopo averne subito per anni le molestie. Ché i personaggi ti perseguitano e se tu li metti in scena quelli ci prendono gusto. E non ne vogliono più sapere di morire per davvero. 

“La vita schifa” (Arkadia Editore, Cagliari, 2020) è la pretesa di Ernesto Scossa di raccontarsi il giorno dell’anniversario della sua morte. Un’angolatura personalissima da cui scrutare la realtà, una sfilza di a me che non si curano della grammatica ma rimarcano il punto di vista, uno e uno solo, dal quale si scandagliano i fondali di una esistenza scaduta. L’incipit è difatti un flusso di coscienza che  senza indugio dichiara la focalizzazione interna del romanzo. Solo pensieri a richiamare pensieri, a rincorrersi, a infilarsi tra le cesure imposte dalle virgole, a mescolare presente, passato e finzione (la solita questione di come associo le cose). Appena un intermezzo pop: Cocciante. In buona compagnia nelle pagine a seguire. Poi continua, sopra la ghost track nazional-popolare, lo sproloquio del personaggio dal lessico straordinariamente opulento, dalla sintassi nazional-popolare come la ghost track, da quel periodare sincopato che somma elementi all’apparenza irrelati. Lo spiegarsi fonico-semantico del linguaggio che assegna musicalità alla prosa. Pura sperimentazione linguistica quella di Palazzolo. Se leggi a voce alta ti ritrovi a correre e correre, come ipnotizzato dai suoni, e a un certo punto resti senza fiato. Guardi avanti con la coda dell’occhio nella speranza di avvistare un punto e capire se puoi farcela. Ma del punto nemmeno l’ombra. Allora devi respirare. Un vero peccato. 

Ernesto Scossa ha il pregio di connotare i sostantivi, grazie a un’aggettivazione forzata che assegna senso alle cose: risata gialla, incartapecorita, muffa vecchia, parole grasse, cervelli secchi. A scanso di equivoci, sia mai si osasse congetturare sulle nuance. Il rispetto incondizionato della regola che esige concordanza: schifa e cacchia si adeguano vicendevolmente alla vita, alle feste, alle città, ai gatti, alle persone. E via via che si affastellano cose accadono fatti strampalati. Ernesto da apprendista, per esempio, diventa ammazzatore. Ci sarebbero validissime ragioni per annoverarlo nella lista dei cattivi, ma sarebbe troppo sbrigativo e ci si sottrarrebbe così facendo al sottile gioco di travisamento, a tratti finanche perverso, escogitato da Palazzolo per fornire il paradigma perfetto del genere umano dentro l’irregolare perimetro del grottesco. Accadono pertanto una serie di eventi casuali, puramente episodici e accumulativi, insensati e disarmonici. Essi costituiscono la struttura, peraltro sfuggente, di una storia con un principio che è la stessa fine: la vita eterna felice per giustificare la schifa disperazione dell’ognigiorno. 

Ernesto Scossa, per una strana forza tangenziale della sua volontà, attira eventi e coincidenze che compongono la propria storia, permeata da un lucido pessimismo e da un sottile compiacimento appartenente a certo esibizionismo cannibale. Tuttavia siamo le disgrazie che ci sono capitate. E a Ernesto sono capitate morti, di giovani e meno giovani, da ripescare nella memoria e alle quali accollare parole. Un fatto stampato, diventa, la tua vita, con tutti i ricordi a marcirci dentro. Puro determinismo applicato. Mentre le sciagure fanno a gara per fabbricare traumi prima o poi spendibili. Mentre la rabbia monta e non soccorre il pensiero dell’es muss sein. 

Il disgusto dei lenzuoli che tramutano le cose perseguita Ernesto, cui non si addice la falsificazione della realtà. Per questa ragione non occorre adombrare quelle colpe che non contemplano un orizzonte di redenzione. La vita, prima o poi, ci presenta il conto. Al limite, se ti riesce, puoi scegliere personalmente come pagarlo. Nel coerente desiderio dell’ultima fuga. 

Ernesto Scossa sembra fino a un certo momento subire la vita, osservando il mondo da fuori. Una prospettiva che induce alla sopravvivenza. Poi però arriva l’amore. La prima cena con katia (rigorosamente in minuscolo per una refrattarietà dichiarata alle maiuscole) viene riferita per traslato, pescando dal vissuto una sequela di similitudini che prendono forma nel presente. Un procedimento narrativo interessantissimo a riavvolgere in diretta il nastro, a rimestare il tempo con analessi non dichiarate. Alle similitudini ci si affida altresì per adagiare i pensieri sul terreno della realtà, per rendere l’idea dell’inesprimibile. Strumento precipuo di Ernesto, al pari delle perifrasi, per avvalorare i propri pensieri, sfatando la presunta imbecillità affibbiatagli al primo vagito. 

La precisione sarà anche un fatto complicato, ma lo stile della prosa di Rosario Palazzolo esige quell’esattezza che la vita di fatto preclude. Sono preziosismi letterari, termini gergali, dialettali ad accentuarne l’espressività. Sono, per restare in ambito lessicale, nomi a riprodurre fonemi senza diventare regolare grafia: jon lènon, amandalìr, spaidermèn, kevincostner, amburger. A sfregio degli americani che allungano con l’acqua il caffè, qui in Italia. 

Nessuno che alzi la mano per salvare Ernesto ad Apecchio, il luogo ideale dove scampare al destino se il destino non fosse sempre un passo avanti e tu dieci indietro. Occorre dunque un piano. E che sia squisitamente pulp o tutt’al più schifo, come schifa è la vita che non passa mai Pupo alla radio e ti nega la sorpresa di trovarlo in diretta.