La tragicomica verticalizzazione del vivere al tocco delicato di Laviano

Si parta dall’assunto che la rinuncia di un regista ai parametri naturalistici incoraggia la creazione di quell’universo metafisico entro il quale vita e teatro non necessariamente si legano. Si assegni quindi agli oggetti di scena e ai costumi, ingegnosamente concepiti da Vincenzo La Mendola, la pluralità di significati che le associazioni mentali possono generare. E dentro un ordine inconsueto, cifra stilistica tuttavia ben distinguibile, si collochi Alessandra Barbagallo, straordinaria tecnica gestuale e vocale, in possesso di quegli strumenti comunicativi atti a vivificare il quadro fiabesco allestito. Il gioco è fatto. E la drammaturgia della compagnia, nel Progetto S.E.T.A. in collaborazione con l’Associazione culturale Madè, diventa quel gradevole spettacolo che è “Io sono verticale”.

La scrittura letteralmente si sdraia sull’avveduto disegno registico di Silvio Laviano, coadiuvato da Gabriella Caltabiano, al quale sono appunto funzionali, svolgendo un compito peraltro egregio, scene, luci e musiche. Il dramma cui dà voce una generosa Alessandra Barbagallo è già sfrondato all’origine dei tratti più grevi. La catastrofe, cara per certi versi, si insinua dunque con garbo tra gli interstizi di una commestibile e proficua levità. 

Liberamente ispirato alla vita di Sylvia Plath, “Io sono verticale”, andato ieri in scena ai Magazzini del sale, è la fiaba alla quale è stato negato il lieto fine. Ed è la fiaba sulla quale si abbarbica il destino di molte donne: una successione di eventi preordinati e l’impossibilità di apportare varianti. Così che di una vita ci si debba abbuffare prima di sparecchiare la tavola. E però la tavola continua ad apparecchiarsi da sé, di mancanze, disaffezioni, vuoti. Stare in piedi, in una parola verticalizzare, risulta l’unico espediente per digerire. 

Sfilano potenziali principi azzurri, col peso specifico dei nani, e quello che sembra perfetto per la propria fiaba è un nano come gli altri, solo poco piò colorato. Ma sa “di gelato al cioccolato con panna sotto e sopra, di torta calda calda appena sfornata”: valide ragioni entrambe per azzerare l’intelletto e lasciar decidere i sensi. L’orizzonte che si schiude innanzi alla giovane donna è quello di una efficiente massaia. La brava Mariarosa del lievito Bertolini, che non sforna solo torte però. Ai tempi dell’Ikea occorre pure saper montare mobili, dopo avere accuratamente scelto i più economici e acquisito la terrifica consapevolezza che indietro, dopo il montaggio, non si può più tornare. Del resto anche la vita obbedisce alle medesime leggi del colosso svedese. Sylvia Plath vi si è sottratta morendo e a tante la morte pare l’unica salvezza possibile. Sono piccole e ripetute violenze domestiche a sfiancarle. La psiche può essere martoriata al pari del corpo. E mentre tutto viene spazzato via come polvere, da un tempo già scritto e da una umanità diversamente umana, quelle splendide donne restano verticali, come cose da niente, a schivare la quotidianità, l’amore, i sogni, la vita. Non fosse altro che per risparmiarsi un finale diverso da quel “vissero felici e contenti” che le ha fregate.