La sconnessione dell’essere nell’elegante Erostrato di Alessio Bonaffini

Figure geometriche di luce a delimitare i confini degli oggetti. Un oggetto alla volta, nel buio generale. Una carrellata lenta, poi veloce, poi ancora più veloce. Fino a legare intimamente pistola, sedia e leggio, attorno ai quali tutto è destinato di lì a poco a compiersi. In vestaglia rossa di seta e fiocco alla camicia che sussurrano superiorità aristocratica, intellettuale e tensione eroica, arriva lui: Paolo Hilbert. Un drappo scarlatto alle sue spalle e un tappeto dello stesso colore da calpestare. Ovunque è il colore simbolo di estroversione, eppure nell’aria aleggiano unicamente energie passive. “L’assenza è un assedio” di Piero Ciampi ad accoglierle. 

Mettere in scena il vuoto come condizione esistenziale è un’operazione complessa. Si rischia di teatralizzare il disagio, sfrondandolo così delle venature umane che lo universalizzano e lo eternano. Alessio Bonaffini ha tuttavia concentrato una vita ricorrendo unicamente al sé più vero, e al teatro ha affidato il compito di darle visibilità. Insinuandosi, per far ciò, tra le pagine di uno dei maggiori esponenti del cosiddetto esistenzialismo ateo, Jean Paul Sartre. L’insondabile abisso dell’esistenza che si schiude al cospetto delle vite contenute nella raccolta “Il muro” diventa allora pretesto per una cupa riflessione sull’uomo, miserrimo nei panni di un Erostrato qualunque. Il volontarismo prometeico che supera la ragione, il titanismo eroico e drammatico che non conosce morale, l’empietà come ultimo traguardo di un’anima dilaniata dall’odio sociale. Ovunque si guardi v’è presenza umana da esecrare. Minuscolo è del resto quell’individuo che si scorge da un sesto piano. Minuscolo è l’uomo quando tieni in tasca una pistola. Minuscola è finanche colei che riceve denaro in cambio di sesso. E maestoso, mentre punta un’arma, può risultare il più inadeguato degli esseri umani. Perché Erostrato è inadeguato. Dall’alto della sua arroganza, egli è un concentrato di inettitudine e fragilità. Porgere la mano al prossimo senza togliersi i guanti, eludere rigorosamente il sesso, schivare a ogni piè sospinto la vita è inadeguatezza. E paura. Quella paura che l’Erostrato di Alessio Bonaffini, dimenandosi tra i limiti dell’esistenzialismo sartriano, non dissimula. In un crescendo di umanità che odora, se non di redenzione, quanto meno di resa. I petali sparsi sul tappeto musicale del “Cantico dei drogati” di Fabrizio De André infatti già apparecchiano la scena all’autodistruzione. Il tempio di Artemide è salvo. E la morte è soltanto una marionetta appesa da accarezzare e cullare, quando la vita diventa insostenibile dentro “occhi verdi, tristi, d’artista, d’assassino”. 

Evento speciale fuori abbonamento e produzione Clan degli Attori, “Erostrato” è un elegante dramma che lascia fuori dalla porta gli sfavilii del Natale e da una fessura sbircia gli antri tenebrosi dell’io. Ecco, quella fessura è il teatro. La capacità metamorfica della filosofia sartiana ha permesso il miracolo. Alessio Bonaffini ha raccolto e vinto la sfida, capace com’è di giocare sul piano interpretativo la partita della rinuncia. Ovunque andasse e ovunque si posasse, il suo corpo dipingeva un disagio. La voce privilegiava ora tinte tenui ora forsennatamente imprimeva sulla tela le più fosche tinte del suo personale sentire. Ché Erostrato ti sceglie. Non sei tu a scegliere lui. E a quell’assenza che è un assedio tu presti te, perché possa affrontare la crudele salita una volta di più, e poi morire.