La convivenza forzata che istiga alla parola nella drammaturgia di Romengo

“Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?”.

Friedrich Nietzsche

Ma ci si trova talora nei luoghi più impensabili, nelle circostanze limite ove l’uomo ha eretto palizzate tra sé e gli altri, ove la vita ha ceduto il passo alla  sopravvivenza. Lì dimora un presente interminabile, appena cadenzato dalla luce della bocca di lupo. Lì non v’è futuro e il passato è un tempo che si reitera nella scansione perfetta della colpa, al battito costante di un metronomo. Vale per Rosa e vale per Angelo, anime recluse e ormai disavvezze alla comunicazione. Ci si ritrova tuttavia, dicevo, in una convivenza forzata che istiga alla parola e trova in essa il migliore antidoto alla solitudine. Dire, dare un nome alle cose può significare esorcizzarle, strapparle al caos dei pensieri per riporle nel più consolatorio recipiente del già stato, dell’es muss sein che sussurra il destino. 

Rosa e Angelo sono i protagonisti dello spettacolo “Cicoria” (produzione mezzARIA), in prima nazionale al Clan Off Teatro. E sono le due anime recluse che si incontrano e, senza mezzi termini, si apprendono. L’ultimo giro di boa, per entrambi. Di là la vita, o la morte. Orizzonti di redenzione antitetici. Lo spazio che li contiene è una disposizione quasi geometrica di bidoni vuoti: taluni atti a erigere una parete divisoria talaltri sparsi a uso e consumo dei due individui che compiono quotidianamente il rito della pulizia personale, a dispetto dei disagi e del plausibile istinto a lasciarsi andare. L’acqua richiama del resto il concetto di purezza e, se non lava via la colpa, quanto meno le restituisce una parvenza di dignità. A delimitare il perimetro foglie secche di cose andate, sulle quali calpestare vita e recuperare passato. Fino al commiato definitivo.

Alice Sgroi e Francesco Bernava si muovono sul terreno confuso dell’identificazione e dello straniamento. L’una assume le sembianze di un profondo Sud che smarrisce i sogni nell’indigenza e infrange le regole nel bisogno. Una madre a suo dire “surrogata”, com’era la cicoria al tempo della guerra, quando la si sostituiva al caffè. L’altro è un individuo all’apparenza tranquillo, capitato lì per quegli strani scherzi del destino che mettono in relazione gli esseri umani e testano una forza di più il potere stupefacente della parola. Sulla testa di entrambi grava il peso di un cielo nero come la notte, imbavagliato di giorno da pareti che vomitano parole, ricordi, lamenti. E dentro quelle mura, tra un caffè e un altro, si affastellano i pensieri. La rimembranza socratica della colpa che sadicamente polverizza l’oblio nietzschiano. Un ricordo dell’infanzia, lieto, che irrompe senza bussare. E un istante dopo la realtà, dove non è previsto rincorrersi o raccogliere ciliegie. 

Ad Alice Sgroi e Francesco Bernava, in fertile contatto tra loro, riesce agevole accompagnare per mano lo spettatore in un sentiero del quale l’eccessiva teatralità avrebbe sbarrato la strada. E riesce agevole perché entrambi hanno fornito attorialmente le chiavi d’accesso a un “privato” cui la drammaturgia di Francesco Romengo non sembra aver dato il giusto peso. Ché il passato da solo non basta a costruire l’individuo. Ché il linguaggio iper-colloquiale può facilmente scadere nella stilizzazioni fine a sé stessa se non rinviene tra le parole il senso. Ché la restituzione di un’anima passa anche per i silenzi, le attese, i gesti impercettibili.

Romengo costruisce una partitura verbale entro cui i personaggi rischiano talvolta di rimanere imbrigliati e a tale rischio egli stesso li sottrae registicamente accelerando i ritmi dello spettacolo. Ne consegue, però, che ogni cosa fugge via e che la verità che doveva dimorare nel silenzio finisce col perdersi nel fragore di parole pronunciate troppo in fretta. Il disegno luci impreziosisce non poco una messa in scena che punta tutto sull’avvicendarsi delle anime in gioco e che necessita fugaci bagliori nella tetraggine dell’insieme. Salvo l’istante, scenicamente suggestivo, in cui l’azzurro bagna i bidoni e segna l’impalpabile divario tra due esseri in procinto di toccarsi. La musica, dai volumi particolarmente contenuti, è un sottofondo che spesso non dialoga con gli attori. Un’occasione mancata per convogliare un codici artistico dalle potenzialità infinite nell’equilibrio globale del lavoro. 

Una prima nazionale è sempre un tuffo nel vuoto. A “Cicoria” si riconoscono ampi margini di miglioramento e una base di partenza cui dà ragione il pubblico, che vive e trasuda d’istinto il teatro. Come Rosa e Angelo vivono e trasudano, per quel tempo definito che coincide con la rappresentazione, la vita.