Di Orsetta, dei suoi petali e del suo mondo ostinatamente a colori

Calza a pennello nella stagione Umane imperfezioni del teatro Dei 3 Mestieri il monologo “Un cottage tutto per sé” di e con Natalia Magni. Ché la deliziosa Orsetta, al giro di boa dei quarant’anni, fa i conti con la sua incompiutezza, con i sogni sfumati dietro l’angolo, con un’esistenza che non è esattamente quella che aveva immaginato. Imperfetta lei, pertanto umana. O viceversa. 

Il perimetro entro il quale non racconta, ma riproduce fotogrammi di vita atti a ricostruire l’insieme, sembra dipinto. Sono petali di fiori sparsi dappertutto, sono colori sgargianti da portare addosso come a fugare il buio che si prefigura nel tempo di là da venire. Un universo fiabesco, insomma, all’interno del quale ben si posa Orsetta, col suo cappellino rosa, le scarpette rosse, la borsa fucsia, l’orologio turchese e tutta una serie di accessori variopinti al cospetto dei quali sarebbe risultato cromaticamente dimesso persino l’outfit di Mary Poppins. Che poi a richiamare il mondo di Walt Disney contribuiscono il tappeto musicale dello spettacolo e la vocina di Orsetta, nei frammenti di vita canticchiati, nei pensieri cui imprimere una melodia per eluderne la gravezza.

Sfilano intanto gli interlocutori di questa donna che confeziona cesti per cani e sogna di dipingere acquerelli nel cottage familiare. Un sogno tutto sommato contenuto se a Orsetta non mancasse uno dei presupposti essenziali: la famiglia. Validissima ragione per investire il proprio tempo nella psicoterapia, negli appuntamenti sbagliati, nei legami che si spezzano, nell’ossessiva ricerca di una storia d’amore, senza amore se è il caso, ma socialmente riconosciuta. 

Il cottage è lì, lasciatole in eredità dalla zia Emma. Manca tutto il resto e in quel resto si insinuano le fragilità di una donna che non basta a sé stessa, che vaga cercando, che insegue un sogno destinato tutte le volte a infrangersi. Orsetta cade e si rialza, le si dà atto della forza che possiede. Peccato però non riesca a riempire di sé tutta la propria esistenza.

La regia di Sonia Barbadoro restituisce l’insieme procedendo per quadri, a circoscrivere i quali contribuiscono scenicamente una sedia e tutti i simpatici  oggetti di Orsetta. Punto di forza del monologo è Natalia Magni che lo interpreta in maniera energica e col piglio scanzonato richiesto dal personaggio. L’attrice sopperisce così all’andatura ritmicamente imperfetta della drammaturgia, cui si addebitano le uniche pecche di uno spettacolo che l’attrice sostiene personalmente dall’inizio alla fine. Il rapporto con la platea è sincero, costruttivo. Va da sé che il pubblico, per fortuna meno incontentabile della critica, abbia molto gradito.