L’amplificazione dei temi più cari a Pirandello nell’acrobatica messa in scena di Cucinotta

Una bella lezione di teatro quella impartita da Domenico Cucinotta agli attori e agli allievi della Masterclass guidata in collaborazione con Mariapia Rizzo.
Il teatro Dei Naviganti, negli spazi dei Magazzini del Sale che ben si prestano alle acrobazie registiche di Cucinotta, ha chiuso dunque la stagione con il teatro di Luigi Pirandello. Una versione quasi integrale del dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” per scandagliare i fondali ove dimorano i temi rivoluzionari alla base del capolavoro dello scrittore di Girgenti e al contempo amplificarne la portata dentro e fuori la scena.
L’idea di assegnare a ogni replica ruoli diversi agli attori, comunicandoli loro poco prima dello spettacolo, e quella parimenti geniale di estendere l’interpretazione di ciascuno a più ruoli all’interno della medesima replica, semplicemente avvicendandoli con impercettibili cambi d’abito negli spazi stessi della messa in scena, hanno sparigliato le carte in tavola e messo in pratica quella concezione del teatro attorno cui ruota la poetica pirandelliana.
Arte e vita si confondono. L’una reclama, attraverso la voce degli attori, il diritto alla scena. L’altra scorre nelle vene dei personaggi, insostituibili in una rappresentazione che prescinda da quella adesione intima sulla quale Stanislavskij avrebbe di lì a poco confezionato il suo metodo.
Senza rielaborazione intima non v’è credibilità scenica e su questo Domenico Cucinotta ha incentrato il suo lavoro durante la Masterclass, trovando la chiave registica atta a darne mirabilmente prova.
Svelato al pubblico il meccanismo della creazione artistica, nel delicato avvicendarsi degli attori nei panni dei personaggi, il dissidio forma e vita è stato di fatto dilatato all’ennesima potenza. E, laddove non fosse bastata la scomposizione delle strutture drammatiche operate a livello di regia, sarebbe intervenuta la parola a rimarcare il confine tra persona e personaggio, eviscerato dall’autore in tutta l’opera.
Non esistono argini entro cui contenere la vita. Così i drammi dei personaggi straripano innanzi agli occhi, dapprima increduli poi ammirati, degli astanti. Miracolosamente si schiude un universo inedito e squisitamente reale che cozza col teatro piatto e posticcio al quale il capocomico si dedicava poco prima dell’ingresso dei sei personaggi. Persino la Compagnia al suo seguito, indispettita dall’irriverenza dei personaggi, entra gradatamente nel dramma che si compie e ne resta invischiata. Ora da attore ora da personaggio, grazie a quell’escamotage che è un vero e proprio coup de théâtre e costituisce il valore aggiunto della messa in scena di Domenico Cucinotta.
L’utilizzo impeccabile dello spazio, giocato sulla perfetta riflessione speculare tra il primo e il secondo atto, ha non solo abbattuto la quarta parete in base alla lezione pirandelliana, ma pure congegnato un sistema ove potesse ossimoricamente regnare il più armonico caos. Lì attori e personaggi hanno allargato poco per volta il loro raggio d’azione. Lì a qualcuno è toccato, sul finale, assistere e a qualcun altro vivere. Abdicando ai deliri d’onnipotenza attoriali ed esistenziali. Tutti in egual misura soli. Come esige la vita, come non si astiene dal perpetrare il teatro.
Dura prova quella richiesta a un cast variegato, di cui Domenico Cucinotta ha saputo economizzare le potenzialità. Ci si limita a trascrive qui l’elenco degli attori e degli allievi, trascurando di operare tra gli uni e gli altri gli ovvi distinguo che nulla toglierebbero o aggiungerebbero all’armonia dell’insieme.
Sono Milena Bartolone, Gabriella Cacia, Martina Costa, Dario Blandina, Davide De Domenico, Donatella Del Mastro, Giuseppe Franchetti, Elvira Ghirlanda, Lorenzo Rigano, Carlo Spinelli, Chiara Trimarchi, Alessandro Zecchetto e i piccoli Giulia D’Angelo e Fabio Gullotta.
Un lavoro pedagogico cominciato a ottobre che culmina nell’esperimento riuscitissimo della messa in scena di “Sei personaggi in cerca d’autore” con la regia di Domenico Cucinotta, coadiuvato da
Giuseppe Zampaglione.
Acquisita la lezione di Pirandello e assegnata immortalità artistica ai personaggi, è tuttavia su una fragorosa risata in faccia al capocomico che si chiude lo spettacolo, un istante dopo il dramma, reso peraltro con artifici tecnici di gran pregio. E lì, in quella risata, si compendiano e si declinano le responsabilità, attualissime, del teatro. Tra le altre, quella di mettere a soqquadro la vita, mescolandola quanto si vuole con l’arte, ma restituendola intatta a sipario calato. Ché la vita è quella e non cambia. A teatro tutt’al più se ne mettono a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia, secondo la lezione di Artaud. L’arte rimane leggera, impalpabile, e sconquassa gli animi senza lasciare traccia. Distinguerla dalla vita, riconoscendole una propria dimensione e sgravandola della gravezza dell’esistenza, è il più grande omaggio che le si passa a rendere.