“Stay hungry”, l’eruzione cutanea sulla pelle di un uomo qualunque

Un profluvio di parole quelle che Angelo Campolo ha riversato sulla scena del teatro S. Brigida. Prodotto dall’associazione Daf e vincitore del bando “Sillumina”, sezione “Nuove opere”, promosso da SIAE e MIBACT, il progetto “Stay hungry” elegge il teatro a dimora di un’avveduta riflessione critica sulla realtà e sulle miserie, materiali e morali, in cui versa l’uomo.
Si scandagliano dapprima i fondali di un universo, da Nord a Sud, misurabile sulla scala di Instagram; volto alla spettacolarizzazione dei drammi e all’inseguimento di bandi che ne sovvenzionino le messe in scena. Quindi si giunge alla fame, quella vera, quella che non si presta all’imbellettamento sociale, quella che ridimensiona il superfluo, e l’uomo.
Prima che Angelo Campolo si abbandonasse al suo monologo, mettendoci dentro il cuore e contando su una drammaturgia informale che fungesse da eruzione cutanea sulla pelle di un uomo qualunque, George e Winifred, interpretati da Luca D’Arrigo e Patrizia Ajello, puntavano gli occhi sul pubblico. Metafora dello sguardo che tutti noi posiamo sull’altro, sul diverso che incute paura, che solletica pregiudizi.
Da lì prende le mosse il viaggio compiuto da Campolo, nella tripla veste di attore, autore e regista, sulla strada della fame. Una strada per sua natura lastricata di denaro, guerre, solitudini. Una strada la cui unica meta è il soddisfacimento di quell’unico bisogno, il cibo, sul quale non ci si sofferma mai abbastanza. Ché la fame fa orrore, mortifica, immiserisce il gigantesco voluttuario di cui paradossalmente si sfama il mondo.
“Stay hungry” è il monito di Steve Jobs e assurge a metafora della fame generazionale in un tempo di vuoti che diventano voragini. L’indagine condotta da Angelo Campolo non poteva che servirsi della multimedialità tutta per esibirla. Allora le distorsioni, le difformità, i vizi di quel reale che travisa le urgenze effigiano la miserevole immagine di un uomo piccolo piccolo, destinato probabilmente a scomparire.
La fame accomuna, è vero. Ma accomuna quelli che la sperimentano. Agli altri non rimane che guardarla da lontano. Ciascuno abbarbicato sul triste riparo della propria solitudine.