Al Clan Off, L’efferatezza che si perde nella parola in “Legittima difesa”

Sold out all’avvio della stagione #r-esistenze al Clan Off Teatro di Giovanni Maria Currò e Mauro Failla.
Una prima nazionale, produzione di Maurizio Puglisi per Nutrimenti Terrestri Compagnia Teatrale col sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”, che ha già vinto il Bando SIAE “Nuove Opere” dedicato a compagini di interpreti under 35.
E “Legittima difesa”, forte della scrittura di Laura Giacobbe e della regia di Roberto Bonaventura, è di fatto un’esperienza artistica originale che trasferisce sulla scena quella poetica condivisa dalla quale lo spettacolo è nato e su cui gli artisti che vi hanno lavorato si sono misurati.
Una vera e propria presa di posizione sul mondo che, mediante i linguaggi specifici del teatro, induce alla riflessione sulle nuove trincee dell’uomo, entro le quali ci si protegge dal nemico, rispondendo al fuoco all’occorrenza, e al contempo si coltivano solitudine, paura, efferatezza.
La causa di giustificazione, contemplata nell’ordinamento giuridico italiano, è in questo preciso momento storico oggetto di dibattito parlamentare. Della legittima difesa si vorrebbero allargare le maglie, ampliando le situazioni che la sottraggono alla punibilità. Se ne trascurano tuttavia le implicazioni etico-morali, come del resto le conseguenze sul piano di un’aggressività che già sembra essere pungolata da più parti.
A teatro, invece, le prospettive parziali alla base del dibattito politico, possono dilatarsi. Non si esaurisce nello straniamento la questione, ma se ne possono cogliere quelle impercettibili e trascurate sfumature che per un istante ridestano le coscienze.
È un congegno dialettico quello sul quale Roberto Bonaventura ha allestito una pièce che risente in maniera proficua, a ogni piè sospinto, del suo stile registico.
I tre personaggi, interpretati da Giuseppe Capodicasa, Francesco Natoli e Michelangelo Maria Zanghì, che hanno pagato in termini di performance lo scotto della prima, si confrontano sul piano delle coscienze, affidando alla parola, inconsapevolmente e senza alcun risultato, il compito di esorcizzare quella paura che per diverse ragioni li attanaglia.
Lo spazio entro il quale si muovono è surreale. In esso Mariella Bellantone non vi ha collocato nulla che potesse richiamare le tradizionali abitazioni dell’uomo, affidando piuttosto a due parallelepipedi e a un’enorme boccia per pesci rossi il compito di sgombrare il campo dal superfluo e giocare la partita dialettica sul terreno esclusivo delle coscienze.
Bastìa improvvisata e circondata da un fossato d’odio e di paure, la casa smarrisce la connotazione di nido familiare e diventa la dimora prediletta della solitudine umana. La legittima difesa pare ne assicuri la preservazione dalle incursioni di un consorzio sociale che mescola vittime e carnefici, invertendone all’occorrenza i ruoli.
I ladri che irrompono nell’abitazione di un paranoico sono essi stessi alienati, manchevoli di buona parte del cliché che l’immaginario collettivo vorrebbe loro affibbiare. Da qui il superamento dei luoghi comuni e un traballare lento e inesorabile delle convinzioni di chi li osserva e ne avverte poco per volta le difformità, i tratti meno stereotipati ma più spiccatamente umani.
Il negoziato che ne deriva, farsesco come farsesca sa essere la vita dietro la lente di ingrandimento dell’arte, poggia sulla comunicazione che infrange le barricate dell’io e azzera le distanze tra le coscienze.
In un paese di rammolliti ove tutto sembra essere lecito, finanche sparare all’intruso, l’obiettivo famiglia sicura sembrerebbe essere uno dei più declinati. Ma quale famiglia? E quale sicurezza?
L’inerzia è messa in crisi dall’istigazione sociale alla difesa di un sé, mentale e spaziale, sempre più vuoto. E l’inerzia è frenata da una depressione che investe ogni categoria di individuo. Lì può insinuarsi l’efferatezza, quello scossone d’insensatezza che la società recapita quotidianamente all’uomo.
Sempre più faticoso risulta vivere, entro i margini di un’eguaglianza sostanziale cui si oppone la forma: “Siamo uguali capo, a me non mi spetta l’orologio tuo e a te non ti spetta la vita mia”.
Allora la difesa non è più legittima. E il rumore sordo di uno sparo altro non è che una pittoresca manifestazione d’affetto tra simili. Il rinvio della morte di un pesce cui una mano qualunque deve dare ogni giorno il sostentamento.