Il pirandelliano abbandono al fluire della vita nel monologo dello straordinario Enrico Lo Verso

Nell’ambito della manifestazione “Agosto… in Fiera”, slittato di un giorno a causa del maltempo, uno degli spettacoli scelti dal direttore artistico sezione Teatro e presidente della Rete siciliana di Drammaturgia contemporanea Latitudini Gigi Spedale, l’omaggio a Pirandello di Enrico Lo Verso.
Un ritorno sulle rive dello Stretto per l’attore palermitano che dal 2016 porta sulla scena di teatri prestigiosi l’adattamento di Alessandra Pizzi del romanzo “Uno, nessuno e centomila”. Partecipazioni a festival italiani e internazionali, oltre 250 repliche sold-out, il Premio Franco Enriquez 2017 a Lo Verso per l’interpretazione e alla stessa Pizzi per la regia; di recente il Premio Delia Cajelli 2018, ennesimo riconoscimento all’attore.
Il ritorno a teatro di Lo Verso, dopo dieci anni di assenza, è coinciso con un progetto che, nell’assegnare al teatro la funzione di informare oltreché intrattenere, ha puntato tutto, e a ragione, sulla sua perizia attoriale. E il giovanissimo carabiniere Antonio del film “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio, oggi con i capelli scompigliati e il grigio a svelare gli anni, ha dato ulteriore prova del suo talento nei panni di Vitangelo Moscarda.
Un attore, Lo Verso, che dalla sera precedente, quando era uscito in calzoni corti per comunicare l’annullamento dello spettacolo, aveva già dimostrato grande cordialità e modestia, e che ieri si è lodevolmente adattato a uno scenario non proprio “teatrale”. I teli di copertura mossi incessantemente dal vento, un pubblico tutt’altro che silenzioso e qualche telefonino in perenne attività a distrarre dal disegno luci.
Trascurando la trama di un romanzo che si vuol credere i lettori abbiano ben a mente, preme infatti sottolineare la brillante performance di Enrico Lo Verso. Il rimaneggiamento del capolavoro della letteratura italiana operato da Alessandra Pizzi sarebbe stato il mero reiterarsi di una tradizione di monologhi confezionati su misura per gli attori se non fosse subentrato il carattere istrionico di Lo Verso a vivificare sulla scena presenze ben note di quell’universo pirandelliano che evidentemente s’intendeva rispolverare. Non era il suo uno sfoggio di talento artistico a detrimento della materia trattata. E non era l’ennesimo colpo di spugna al teatro di regia al fine di una glorificazione dell’attore che prescindesse dall’intero allestimento.
Enrico Lo Verso ha piuttosto messo la propria professionalità al servizio della potenza catalizzatrice dell’arte, prescindendo dall’egocentrismo e dando l’idea di condividere con i destinatari un’esperienza che egli stesso pareva stesse vivendo. Un’interpretazione impeccabile e in grado di associare abilità tecniche alla propria autenticità di uomo prima che di attore. Immediatezza, adesione personale e fervore grazie ai quali lo spettacolo si è permesso di virare verso la verità esistenziale nuda e cruda nascosta tra le pieghe della scrittura di Pirandello. Ridotta al minimo la scenografia e con essa l’artificiosità della situazione teatrale, lo spettacolo ha affidato alla tecnica vocale e gestuale di Lo Verso, che ben si è districato nella declinazione dialettale del linguaggio, il compito di “sporcare” quel teatro di parola che alla centralità del testo sovente piega l’evento scenico.
La crisi dell’identità individuale, il riflesso dell’uomo nelle prospettive degli altri, lo sconvolgimento che segue al crollo delle certezze, l’estraniazione dalla vita sociale, la solitudine e la follia non sarebbero insomma bastati a spiegare il successo dello spettacolo se Enrico Lo Verso non avesse saputo vivificare i palpiti dell’animo umano prima, durante e dopo l’esperienza panica dell’abbandono al fluire della vita, oltre ogni limitazione e oltre il folle e vano raziocinare innanzi all’indecifrabilità delle cose e degli uomini.